Foxcatcher – Una storia americana

A distanza di qualche mese dall’uscita nelle sale statunitensi, Foxcatcher ha finalmente trovato spazio anche nei cinema italiani, sebbene poco intenzionati a dare visibilità ad un film che nonostante sia reduce da una lunga serie di festival e premiazioni (ben 5 nominations agli Oscar) è stato evidentemente giudicato dai distributori come poco appetibile per il grande pubblico. Scelta discutibile dal punto di vista artistico ma probabilmente non scellerata per quanto riguarda quello degli incassi, dal momento che Foxcatcher si rivela essere una pellicola ostica, poco affine allo spettatore medio e che di sicuro si smarca dalla lunga lista di film basati su fatti realmente accaduti che da mesi monopolizzano le sale, pur essendo anch’esso tratto da una storia vera.

La vicenda vede protagonisti due fratelli, Mark (Tatum) e Dave (Ruffalo) Schultz, entrambi atleti olimpionici di lotta greco romana,nella Los Angeles del 1984. Cresciuti senza l’ausilio dei genitori, i due instaurano un rapporto molto solido e duraturo che vede Dave prendersi cura del fratello più piccolo come un padre, un mentore, un allenatore. Dave è fra i due quello più talentuoso, rassicurante ed altruista: sembra aver già ottenuto tutto ciò che desidera, da un lavoro per il quale nutre profonda passione (sua è una palestra dove allena gli altri lottatori e insegna loro la professione) alla famiglia che si è costruito, la cui stabilità viene prima di tutto. Mark è invece remissivo, meno brillante, ha una vita di affetti inesistente al di fuori del fratello ed è succube di una situazione che vede quest’ultimo primeggiare sempre, talvolta rubandogli la scena.

La convinzione di voler recidere il legame col fratello emerge dopo aver fatto la conoscenza del milionario John Du Pont (Carell), erede di una delle famiglie più ricche degli States, il quale lo convoca nella sua dimora comunicandogli di essere disposto a spendere tempo e denaro per farlo sbocciare e dare lustro alla bandiera americana alle vicine Olimpiadi di Seoul, 1988.
Egli costruisce quindi un impianto sportivo, il Foxcatcher, rifugio dove gli atleti scolpiscono il loro futuro con ferree sessioni e sfidando continuamente i propri limiti .

Al di là dei valori patriottici, Du Pont nasconde dietro a filantropici intenti il carattere dominante di chi non è abituato a ricevere un “no” come risposta in parallelo agli schemi di chi crede che tutto abbia un prezzo. La voglia di realizzarsi e di trovare approvazione (in questo caso della madre, la quale ritiene il suo impegno nel campo del lotta disonorevole) ne accentua le affinità con Mark, con il quale crea un rapporto morboso e dalle pericolose inclinazioni, destinato a interrompersi quando Dave torna ad essere parte della vicenda, causando così una reazione a catena che avrà un epilogo tanto tragico quanto inatteso e inspiegabile. La decisione di dedicare così ampio spazio alla trama può sembrare una scelta quasi paradossale, dal momento che, una volta visto il film, in molti converranno che in Foxcatcher “non succede niente”.

Bennett Miller, alla sua terza direzione dopo gli apprezzati Capote – A sangue freddo e Moneyball – L’arte di vincere, opta infatti per una forte impronta registica che fa spesso uso della camera fissa e che ci priva di dialoghi eloquenti e significativi, eliminando da un montaggio iniziale di 4h e mezza ciò che era fin troppo esplicativo (forse una pecca è l’incapacità di rendere ben chiaro che gli eventi sono situati nell’arco di quasi dieci anni), scegliendo al contrario di affidarsi a poche parole appena sussurrate che lasciano spazio ai silenzi, peraltro amplificati dalle musiche quasi assenti e dai numerosi campi lunghi tendenti ad immergere i personaggi negli ampi e gelidi spazi (le stanze della dimora Du Pont sono tanto colme di oggetti quanto prive di calore umano).
Sono i corpi e i loro contatti a comunicare: tutto si gioca su labili equilibri e può quindi risultare complicato trarre immediate conclusioni su cosa spinga e motivi i personaggi nelle loro azioni.

Come è consuetudine per Miller, spicca la direzione degli attori, vero e proprio fiore all’occhiello di questa pellicola: Steve Carell che di solito è attore comico, riesce indubbiamente a rendere Du Pont sottilmente minaccioso; tuttavia è forse fra i tre protagonisti quello meno convincente, anche a causa della trincea di un trucco che lo rende quasi irriconoscibile. Channing Tatum, onnipresente nelle recenti produzioni hollywoodiane, sorprende per impegno e dedizione facendoci ricredere sulle sue capacità di interpretare l’introverso Mark. Ultimo, ma non ultimo, Mark Ruffalo brilla come attore-trasformista: semplicemente una scelta  perfetta per il ruolo di Dave Schultz.

Riassumendo, Foxcatcher è “una storia americana” (per una volta il sottotitolo italiano rende bene e aggiunge quasi un velato e pungente sarcasmo) che sfrutta il contesto sportivo e i suoi aspetti legati alla realizzazione personale e alla competizione per sottolineare come i rapporti sociali, in primis quelli familiari, possano essere compromessi da tensioni e squilibri che li rendano ben lontani dall’ideale idilliaco che si vorrebbe.

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