Il tronfio peso dell’anima

Alejandro Gonzàlez Iñàrritu, Leonardo DiCaprio e il sodalizio che li lega: è bastato l’evocare due nomi altisonanti per rendere The Revenant uno dei film più attesi di un 2016 che cinematograficamente è ancora tutto da scoprire. A spingere l’autore messicano e il pupillo di Martin Scorsese a scegliersi vicendevolmente per questa pellicola è stata la voglia, comune ad entrambi, di oltrepassare i propri limiti e porre l’asticella sempre più in alto: se per l’uno, virtuoso della macchina da presa, ciò vuole dire girare un film in condizioni climatiche impervie, fotografarlo sfruttando unicamente la luce naturale costringendosi a filmare solo poche ore al giorno aumentando tempi, costi di produzione e fatica degli addetti ai lavori, per l’altro vuol dire misurare ancora una volta le proprie capacità attoriali, riuscire con tenacia a perseguire una ricerca che dopo averlo portato a lavorare con (e per) i più grandi autori hollywoodiani gli fa incrociare la strada del messicano, il quale destina ai suoi interpreti una parte non marginale all’interno della propria poetica.

I due partono da Hugh Glass e dalla storia che nel 1823 lo ha visto protagonista: a capo di una spedizione di cacciatori di pelli inviata negli angusti territori del North Dakota, Glass viene ridotto ai minimi termini dall’aggressione subita da un orso; viste le condizioni disperate, i compagni decidono di lasciarlo al proprio destino proseguendo senza di lui. Nonostante sia ferito, senza armi e senza viveri, Glass riesce, redivivo, a tornare sano e salvo.

Da queste premesse Iñàrritu elabora un copione scritto a quattro mani con Mark L. Smith che vede nella lotta alla sopravvivenza e nella sete di vendetta le sue più ovvie declinazioni, dal momento che tutto quello che sembra interessare al messicano è ciò che al copione sta intorno: come di consueto infatti, la capacità del regista di Birdman nel mettere in evidenza le proprie qualità tecniche è fuori discussione e la cerchia di collaboratori della quale si circonda per tutto ciò che concerne gli aspetti formali della pellicola (il lodatissimo direttore della fotografia Emmanuel Lubezki su tutti) gli consentono di avere carta bianca nel mettere in scena un esibizionismo che volta più, volta meno lo caratterizza da sempre. Fin dall’oscura, intensa ma a tratti stucchevole trilogia della morte ci si chiede se forma e sostanza vadano a braccetto nella poetica di Inàrritu e The Revenant ha forse il merito di riuscire a fare luce su ciò in maniera, magari, non perentoria, ma comunque riscontrabile: sembra infatti essere questo il caso in cui le forme espressive, i guizzi di una macchina da presa impegnata in piani-sequenza un momento sì e l’altro pure non riescono a veicolare un contenuto che si ripara dietro a misticismi e simbolismi posticci che lasciano perplessi. Venendo a mancare le motivazioni di tali effervescenze visive, il continuo gioco al rialzo di Inàrritu giunge, al sesto episodio della sua carriera, a farlo capitolare o quantomeno barcollare: la frantumazione delle logiche temporali e causali della narrazione (21 Grammi-Il Peso Dell’Anima), l’esponenziale allargamento dei confini geografici del racconto (Babel), il restringimento (al contrario) di essi negli stretti corridoi del dietro le quinte di un palcoscenico dal quale facevamo avanti e indietro sfruttando la frenesia del (virtualmente) unico piano-sequenza in Birdman, erano tutte già prove evidenti di quanto il senso della misura non fosse una prerogativa dell’autore messicano, i cui virtuosismi trovavano però una parziale e purtroppo mai completa giustificazione nell’ossessiva indagine su un destino/Dio il cui disegno sovrasta gli individui e nel sondare le dinamiche dei rapporti di sangue di quegli individui stessi (i padri e i loro figli sono le figure che ricorrono ovunque, in Inàrritu).

Questa volta, invece, tali figure sembrano essere presenti più per noia e abitudine lasciando invece campo libero alla regressione animalesca di un uomo guidato unicamente dall’istinto di sopravvivenza e dal bisogno di vendicarsi. La consueta contrapposizione che il regista offre fra carnalità e spiritualità è questa volta totalmente sbilanciata verso la prima: la sequenza dell’assalto dell’orso fa accapponare la pelle e insieme al confronto finale riesce a rendere la fisicità, il deterioramento della carne e la lotta estrema per la conservazione della vita che Glass deve fronteggiare dinanzi ad una natura gelida e possente che la mdp esplora allo stesso modo del protagonista, affrontando mille pericoli in un vero e proprio tour de force fin troppo episodico al quale Leonardo Di Caprio si sottopone. Fra rantolii, sospiri e grugniti, l’attore pare strisciare con la bava alla bocca (non solo metaforicamente) verso un riconoscimento dall’Academy che mai come quest’anno sembra essere ad un passo dall’ottenere. Di Caprio mette anima e (mai come questa volta) corpo in tutto ciò che fa e la sua dedizione merita comunque rispetto, tuttavia egli performer fisico non lo è forse mai stato e sembra dunque soffrire la pressoché totale mancanza di dialoghi, a differenza del collega e amico Tom Hardy, attore muscolare e mimetico se ce n’è uno. Da dicapristi della prima ora, è quantomai lecito chiedersi se Leonardo abbia davvero bisogno di una statuetta per legittimare lo status di interprete fra i più convincenti degli ultimi 15-20 anni, o se al contrario la sempre più probabile vittoria di quest’anno non sia da ritenersi quasi un’offesa dopo le tante, troppe, snobbature verso ruoli ben più meritevoli di elogio (il pensiero è rivolto soprattutto a The Wolf Of Wall Street).

Fra velleità autoriali che scomodano mostri sacri come Malick e Herzog (il richiamo ad Aguirre è immediato, ma siamo purtroppo su un altro pianeta), Alejandro Gonzàlez Inàrritu esibisce un gusto per l’eccesso che in presenza di una sceneggiatura latitante non riesce a tramutare in emozioni se non in maniera sporadica. Il troppo storpia, verrebbe da dire, se non fosse che il signor George Miller con Mad Max: Fury Road (10 nominations agli Oscar contro le 12 di The Revenant) sia riuscito nella stessa, impegnativa ed ambiziosa missione che Inàrritu ha fallito: fare della pura forma cinematografica una sostanza autonoma.

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