spiderman homecoming

Il ritorno a casa di (Baby) Spiderman

Ieri ho visto il nuovo film su Spiderman, denominato Spiderman: Homecoming anche (se non soprattutto) per festeggiare il tanto atteso ritorno in casa Marvel del supereroe mascherato. Dopo che la scadenza degli accordi contrattuali con Sony ha reso possibile la riappropriazione dei diritti di immagine da parte dei primi e legittimi proprietari, Peter Parker si era già affacciato nel Marvel Cinematic Universe in Civil War, tuttavia questa volta torna a essere protagonista di un film tutto suo.

Dopo che lo stint Amazing tanto amazing non lo era stato, qualsiasi appassionato delle gesta dell’amichevole supereroe di quartiere poteva solo incrociare le dita e sperare che l’aggregarsi di Spiderman a un apparato così solido e dalle regole così ferree come quello architettato da Kevin Feige si concretizzasse senza troppi intoppi.

Già coscio che i picchi cinematografici della prima trilogia (quella diretta da Sam Raimi) non sarebbero stati rievocabili in un contesto produttivo così vincolante e mirato alla congruità della grande scala e della visione di insieme, ho puntualmente abbassato l’asticella di qualsiasi aspettativa spettatoriale ricordandomi continuamente (come un solenne memento mori) che in casa Marvel la prudenza non è mai troppa.

Le regole del franchise cinefumettistico denominato MCU declamano che il domani sia sempre preferibile all’oggi, che l’attesa debba essere essa stessa il piacere (tanto da generare quello sgradevole senso di inappagamento narrativa continua) e che, di conseguenza, si debba puntare a realizzare un discreto episodio di un’infinita serie tv proiettata su grande schermo e non un vero, grande, vecchio cavolo di film che viva di vita propria.

All’interno di questa cornice, devo però ammettere di essere il primo ad essere sorpreso in positivo da un prodotto che evidenzia volutamente i tanti rimandi al cinema teen USA anni ’80 (quello di John Hughes, per indenderci) giustificando pienamente la scelta di ripartire dalla fase adolescenziale di un baby Peter Parker. Spiderman: Homecoming azzecca inoltre diversi momenti chiave (in particolare, ho trovato sorprendente la gestione della suspense nella sequenza pre-ballo scolastico ma anche ben gestite tutte le parti action, le quali si lasciano seguire più che in altri film Marvel senza risultare fracassone).

Al suo nucleo, Spiderman: Homecoming sembra trattare abbastanza evidentemente di tematiche inter-generazionali: la smania di crescere da parte di figli talentuosi e pieni di forza di volontà ma forse ancora troppo impazienti nel desiderare il loro posto accanto a dei padri autorevoli ma al contempo distanti, superiori e accondiscendenti diventa allora una delle chiavi di lettura possibili, una di quelle sempre presenti in filigrana e suggerite dai film Marvel in mezzo ai tanti orpelli iper-spettacolarizzanti.

Dunque è interessante vedere Spiderman che fallisce ma si rialza, fallisce e si rialza ancora e ancora, rilanciando la sfida alle autorità adulte e soprassiedenti (Tony Stark e Adrian Toomes, con le dovute differenze di schieramento, sono equiparabili nel recitare questo stesso ruolo). Un po’ meno interessante, forse, è vedere come la corazza di un 15enne sia inscalfibile e dunque troppo poco avvezza alla tentazione (che quindi non è mai tale) di lasciar perdere le ambizioni supereroistiche e di fare appunto… il 15enne.

La maturazione giunge allora come a scuola, con uno “sbagliando si impara”, un po’ inevitabile data l’assenza di proposte valoriali alternative ma comunque credibile perché ben costruita dall’assetto narrativo del film. Nonostante non si spicchi in volo come Vulture ma piuttosto ci si arrampichi come Spidey, per una volta accontentarsi risulta più piacevole del solito.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *