Inherent Vice – Allucinazioni postmoderne

Adattare un’opera letteraria per il cinema è un’operazione notoriamente complessa: per risultare efficace, essa deve saper cogliere l’essenza del testo di partenza senza tradirne l’identità; al contempo, deve conferire gli strumenti necessari al testo di arrivo per poter vivere di vita propria. Non è dunque la tanto decantata “fedeltà” al libro il metro con il quale distinguere un buon adattamento cinematografico da uno cattivo, o quantomeno non il solo: comprendere che i due linguaggi differenti differiscano l’uno dall’altro avendo ciascuno le proprie peculiarità deve essere tenuto costantemente presente e al centro di ogni riflessione che veda coinvolti i due testi legati fra loro.

Paul Thomas Anderson questo deve averlo capito fin da quando, innamoratosi del romanzo “Inherent Vice” di Thomas Pynchon (uscito nel 2011, in italiano “Vizio Di Forma“), ha immediatamente deciso di volerne realizzare una versione cinematografica. Costantemente alla ricerca di stimoli (come quando sperimentò il genere della commedia con Punch Drunk Love o quando si costrinse ad una pausa di riflessione di cinque anni prima de There Will Be Blood), l’ambizioso regista californiano è andato a cercare tali motivazioni in un adattamento impossibile come quello di un qualsiasi romanzo di Pynchon, scrittore noto proprio per la reticenza dei suoi testi ad essere assimilati e ricondotti dal lettore ad una trama sintetizzabile in poche righe. Sullo sfondo di una Los Angeles immersa in incubi allucinatori, a caratterizzare Inherent Vice è infatti un’odissea di situazioni e sviluppi più o meno improbabili. La storia è ambientata agli inizi di quei primi seventies già ben lontani dalla vitalità e e dalla voglia di cambiamento del decennio precedente; quei lodevoli ideali, oramai compromessi dal vile denaro, rivelano in questo modo la propria natura illusoria.

Il protagonista Larry “Doc” Sportello (un superbo Joaquin Phoenix) è un degno rappresentante della generazione hippie che non si è arresa e che tenta ancora di dire la sua, in preda ai trip allucinogeni provocati dalle droghe e ancora perennemente innamorato della donna dei suoi sogni: come un’allucinazione, Shasta Fay Hepworth (Katherine Waterston) riappare a Doc nella prima scena del film. Divenuta amante del ricco imprenditore del settore immobiliare Mickey Wolfmann (e dunque vero e proprio simbolo della corruzione compiuta dal denaro), Shasta viene coinvolta dalla moglie di Wolfmann e dal suo amante in una manovra mirata a far internare l’imprenditore per infermità mentale con il fine ultimo di spartirsi i suoi averi.
Decisa a non collaborare, la donna convince Doc (detective privato) ad indagare sulla vicenda. Questa si rivelerà ben più complessa ed articolata di quanto il protagonista potesse immaginare, dal momento che interconnesse a tale indagine ve ne sono altre due che vedono coinvolti rispettivamente: un informatore della polizia creduto morto; un’organizzazione segreta denominata “Golden Fang” dedita al traffico di droga.

Inherent Vice

Dal punto di vista strettamente narrativo, probabilmente di Inherent Vice è stato già detto troppo o troppo poco, dal momento che riassumere le tessiture di una vera e propria ragnatela come quella in questione è tanto difficile quanto inutile e fuorviante. Il tentativo di Anderson è infatti quello di servirsi di tale materiale per giungere ad altro, per comunicare qualcosa che i meri avvenimenti non ci consentono di cogliere: come avviene evidentemente per il romanzo di Pynchon, verso il quale Anderson si dimostra a detta di molti fin troppo rispettoso e devoto, in Inherent Vice (film) è il viaggio quello che assume significato e non le singole tappe che lo costituiscono. Queste, anziché essere portatrici di una maggiore comprensione degli eventi, equivalgono per Doc a dei veri e propri passaggi a vuoto che addensano le nubi sul mistero in atto invece di distoglierle. Condizionata dall’uso di droghe, la percezione di Doc risulta alterata e fallace nel ricostruire e dare ordine alla vicenda, rendendo così risibile il confine fra ciò che di fatto sta accadendo e ciò che è frutto di immaginazione.

Capace di rinnovarsi senza per questo dimenticare il proprio passato, il cinema di Anderson utilizza la storia (quella degli U.S.A. e quella del cinema e dei suoi generi) come presupposto sul quale sviluppare le proprie rivisitazioni, che si caricano ogni volta di nuove connotazioni non risultando mai posticce o maldestramente citazioniste. Inoltre, il regista si dimostra ormai maturo e capace di usare a suo piacimento la macchina da presa calibrando sapientemente quei virtuosismi che se anni fa rischiavano di sfociare nell’autocompiacimento, ora si dimostrano perfettamente integrati ed al servizio della causa.

Da The Big Sleep a The Long Goodbye, da Chinatown a The Big Lebowski, sono numerosi i film con il quale Inherent Vice condivide dei tratti che nel loro insieme ne fanno un atipico esemplare del genere noir (del quale afferma alcune caratteristiche negandone allo stesso tempo delle altre), un esemplare a suo modo romantico e ottimista. Cosa resti alla fine di questo film è difficile dirlo: nonostante i numerosissimi pregi, qualche dubbio sul fatto che il film sia più vuoto di quanto la bellezza delle immagini suggerisca non svanisce immediatamente, come del resto il sospetto che Anderson sia stato il primo a rimanere un po’ disorientato dalle sue stesse ambizioni. Sarà solo il tempo, dunque, a schiarirci le idee sull’effettivo valore di Inherent Vice: fino ad allora ci sentiremo ancora storditi e allucinati, proprio come Doc.

Questa recensione è stata pubblicata da uRadio (radio universitaria di Siena) il 15/4/15, all’interno della propria webzine su www.uradio.org. Qui appare in versione leggermente modificata.

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