The Walk – Una camminata funambolica

Passeggiare all’aria aperta può essere davvero liberatorio, questo lo sappiamo tutti. Ma potremmo mai solo immaginare di farlo a più di 400 metri di altezza, camminando sospesi su un cavo d’acciaio?
The Walk ci racconta la storia di colui che fece di questa folle idea un sogno da realizzare: il funambolo francese Philippe Petit. Quando vide le Twin Towers del World Trade Center di New York ritratte su un giornale egli decise all’istante di voler percorrere la distanza che separava una torre dall’altra, missione catalogata come impossibile fino all’alba del 7 agosto del 1974, data in cui con il vitale aiuto di alcuni complici e dopo mesi di meticolosa preparazione riuscì a mettere finalmente in atto l’attraversamento fra le due vette, impresa questa che lasciò stupefatti i tanti newyorkesi accorsi per godersi lo spettacolo.

Non è la prima volta che le gesta di Petit (qui interpretato da Joseph Gordon-Levitt) vengono portate sul grande schermo, dato che nel non lontano 2008 James Marsh (The Theory Of Everything, 2014) ne trasse l’eccellente documentario Man On Wire. Da qui i dubbi sulla necessità di un’operazione come quella di The Walk e sull’effettivo bisogno di riproporre la stessa vicenda. Ad occuparsene è Robert Zemeckis, già tornato al live action con l’ottimo Flight (2012) dopo quasi un decennio trascorso nel cinema d’animazione, il quale riesce a imprimere una sua impronta al film che denota infatti alcuni tra i marchi di fabbrica del regista come ad esempio il magistrale uso degli effetti speciali che risultano come sempre in Zemeckis funzionali al racconto e mai invasivi; persino il 3D trova una sua vera ragion d’essere nel contesto filmico ed è solo la seconda volta che ciò accade da Avatar in poi (Hugo Cabret di Martin Scorsese era forse l’unico a essere riuscito in tal senso).

The Walk

La strada giusta per far sì che The Walk possa giustificare la sua esistenza Zemeckis la trova però quando capisce che c’è qualcosa che Man On Wire e le sue immagini di repertorio non potevano fare, ovvero offrire allo spettatore un posto in prima fila nella traversata del funambolo, fargli vivere il grande momento in un modo che nemmeno il racconto degli stessi protagonisti può lontanamente eguagliare: è la magia del cinema di finzione, anche quando trae ispirazione da una storia vera. 
Lassù, ad altezze vertiginose che mozzano letteralmente il fiato, svolgiamo il ruolo di complici e di testimoni (a metà fra lo spavento e l’esaltazione proprio come il personaggio di Jeff) della realizzazione di un sogno a lungo agognato. Facendosi beffe dei poliziotti che gli intimano continuamente di tornare con i piedi sulla terra ferma, Petit si volta dall’altra parte e ricomincia la sua passeggiata nel cielo che si interromperà dopo 45 lunghi minuti. Ansiosa di ricondurre all’ordinario un fenomeno stupefacente ed inatteso come questo, la stampa a stelle e strisce non farà altro che chiedere ripetutamente “perchè l’ha fatto, Petit?”, rifiutandosi di comprendere la portata anarchica dell’atto compiuto dall’acrobata.

Momenti di grande cinema quelli dell’ultima mezz’ora, su questo non si discute, ma forse non è tutto oro quel che luccica: l’impressione è che questo climax di proporzioni illimitate giunga quasi insperato nel suo tentativo di farci dimenticare quanto la costruzione del climax stesso sia purtroppo priva di mordente. Il riferimento va in particolare alla creazione dei presupposti che portano Petit in America, fase di maturazione che sarà anche narrativamente necessaria ma che in questo caso è di dubbio interesse nonché molto romanzata, con espedienti narrativi (vedasi quello legato all’uso della lingua inglese) parecchio forzati.

Man On Wire, volendo insistere sul confronto fra i due adattamenti nonostante la diversità di generi, era al contrario tremendamente efficace nel restituire con un ritmo serrato la lunga fase di gestazione del colpo quasi sfociando nell’heist movie(a tratti si era portati a credere che il team di Petit stesse preparando una rapina) e risultava più essenziale nella parte dedicata agli affetti del protagonista.
L’equilibrio che Petit trova nella sua camminata fra le Torri Gemelle sembra dunque mancare a The Walk, ma Zemeckis ribadisce comunque il suo status di autore (probabilmente sottostimato) e la sua fama di sognatore un po’ alla Spielberg, riuscendo a non sfociare mai nella retorica spicciola nemmeno quando omaggia le Torri nella nostalgica inquadratura finale, dedita più che altro alla riappropriazione da parte degli States di un’immagine simbolica che dall’11 settembre 2001 è stata loro negata e che Philippe Petit aveva contribuito a costituire.

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