Hell Or High Water – La ruggine del crimine

Non c’è niente di nuovo in Hell Or High Water. Niente di nuovo nemmeno sotto un sole che sembra deciso a rimanere lì, statico e persistente nello scolpire i volti dei due protagonisti con la compartecipazione di una ruggine che imbratta e corrompe i loro lineamenti. A completare il quadro vi è ovviamente la sete, conseguenza naturale delle asciutte lande texane che nella loro sconfinatezza tradiscono invece un senso di chiusura. Come se le traversate in auto di Toby e Tanner Howard rappresentassero una fuga solo illusoria, un giro a vuoto nel circuito di una società in preda ad uno squilibrio in primis valoriale e solo poi economico.

È così che la sete (di rivalsa più che di vendetta) diviene inevitabilmente movente di azioni in un certo qual modo giustificate, quasi generate dalla situazione degradante nella quale si trovano i protagonisti, decisi a farsi valere a loro modo perché non gli è concesso fare altro. Se tutto è prosciugato, dalle finanze alle aspirazioni di riscatto, commettere crimini diventa l’unico modo per ritrovare se stessi e dare linfa ai rapporti di sangue, i quali tornano ad essere l’unica cosa che conta nonostante essi siano ormai inariditi dai dissidi e dalle polveri del tempo. Giunge quindi l’ora di chiedere risarcimento a chi si è lasciato indietro tutto e tutti, di farla pagare a quelle banche che simbolizzano un’economia folle e incurante: rapinandole con stratagemmi astuti in modo analogo a quanto fanno queste con le tasche dei risparmiatori, è possibile finalmente regolare i conti.

Quella che scrive Taylor Sheridan è una storia che parla di labili confini, di attraversamenti di soglie pericolose. Tuttavia, la consapevolezza con cui tali delimitazioni etiche e morali vengono affrontate risulta essere risibile e abbozzata, specie se si guarda al precedente Sicario, prova ben più convincente da parte dello sceneggiatore e incentrata su dilemmi del tutto affini. Sheridan sembra infatti attingere a piene mani da illustri predecessori letterari (e per effetto televisivi, nonché cinematografici) non facendo altro che sondare in superficie territori che Cormac McCarthy ed Elmore Leonard avevano ardentemente esplorato.

Hell Or High Water

 Il western contemporaneo diretto da David Mackenzie paga dunque dazio quando ha la pretesa di voler essere un No Country For Old Men per mero calcolo: addizionando elementi uno sull’altro laddove i fratelli Coen insegnavano il rimaneggiamento di generi, il film finisce per risultare derivativo senza trovare un’amalgama efficace. In Hell Or High Water i protagonisti sono proprio due fratelli, personaggi ribelli nei riguardi di un sistema che li ha estromessi privandoli di un ruolo e di un’utilità: se il Toby di Chris Pine è tratteggiato sufficientemente, al Tanner di Ben Foster è invece assegnato il ruolo di scheggia impazzita da cui sarebbe stato lecito attendersi qualcosa in più che un’infallibile mira da cecchino provetto.

Insistendo sadicamente nel paragone fra due film di diversa levatura, si attesta come Tanner sia un rappresentante del caos ma non del caso (come fu invece il memorabile Chigurh di Javier Bardem) o come lo sceriffo (un Jeff Bridges mai così indisponente) sia solo un profetico guascone che dispensa risposte. Al contrario, quello interpretato magistralmente da Tommy Lee Jones nel capolavoro coeniano, arrivando sempre un passo dopo, poteva solo attestare quanto appena avvenuto.

Reduce da un clamore e da nominations agli Oscar entrambi abbastanza ingiustificati, “Hell Or High Water” sembra adattarsi di più ad una visione on demand casalinga, senza pretese, come quella da me effettuata su Netflix. Se questo dovesse essere l’approccio, allora si potrebbe quasi apprezzare il maldestro tentativo di imitazione.


Questa recensione è stata pubblicata da uRadio (radio universitaria di Siena) il 21/2/17, all’interno della propria webzine su www.uradio.org. Qui appare in versione leggermente modificata.

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