L’insostenibile peso della verità: un breve excursus del cinema giornalistico

La verità non esiste: i fatti non sussistono di per sé ma si prestano invece ad essere interpretati secondo punti di vista molteplici e spesso contraddittori fra di essi. Un’affermazione di questo tipo, così perentoria nel voler negare l’accesso a quella meta irraggiungibile che è la realtà in quanto tale, si pone in contrasto con uno degli obiettivi più ambiziosi della professione giornalistica: rendere la suddetta verità cosa nota, metterla a disposizione della collettività e generare così un’opinione pubblica consapevole. Avvicinarsi, tendere all’infinito a questa agognata verità senza mai poterla afferrare non deve quindi impedire a chi è del mestiere di perseguire questa ricerca senza sosta per far sì che la rappresentazione di un evento sia, se non veritiera (nel senso più assoluto del termine), quantomeno il più verosimile possibile.

Allo stesso modo del giornalismo, nell’arte cinematografica vi è insita una polarità di fondo che vede il regime del falso avvolgere qualsiasi tentativo di riprodurre la realtà: persino quando la macchina di presa si ritrae cercando di limitarsi alla pura testimonianza si assiste inevitabilmente alla proiezione di un punto di vista parziale, fallace nel voler asserire il vero. Regno della finzione per eccellenza, il cinema ha cercato nel corso della sua storia di raccontare il complesso mondo del giornalismo innumerevoli volte, in molti casi mostrando la tenacia e la dedizione alla causa degli alfieri della verità, consci della fondamentale funzione pubblica di denuncia dei malaffari dei poteri forti (Tutti Gli Uomini Del Presidente di Alan J. Pakula, 1976; Il Caso Spotlight di Tom McCarthy, Premio Oscar 2016 al miglior film), in altri casi ne ha di converso messo in luce le debolezze, le ossessioni e i fallimenti come Truth (James Vanderbilt, 2015) o il nerissimo Zodiac (David Fincher, 2007), perfetto esempio dello scarto incolmabile che vi è fra un’indagine (giornalistica e poliziesca) che dissotterra e una verità che vi sfugge per rimanere eternamente ignota.

Michael Keaton e Mark Ruffalo ne “Il Caso Spotlight” (Tom McCarthy, 2015)

Cinema d’inchiesta schietto o cinema che fonde il racconto delle vicissitudini del giornalismo coi generi (ne Il Corridoio Della Paura di Samuel Fuller l’ottenimento di un Premio Pulitzer diventa il presupposto di un folle thriller psicologico) non fa molta differenza: pregna di risvolti e sfaccettature, la professione giornalistica si è infatti rivelata terreno fertile per la settima arte, la quale ne ha compreso il potenziale e l’ha resa spesso protagonista di storie capaci di problematizzare al meglio questioni centrali e più che mai attuali di cui l’asservimento della carta stampata alla politica (Sbatti Il Mostro In Prima Pagina, Marco Bellocchio, 1972), l’influenza dei media (Quinto Potere, Sidney Lumet, 1976), la protezione delle fonti (The Insider, Michael Mann, 1999) sono solo alcuni esempi.

Prima di tutti (e più efficacemente di tutti) arrivò però Orson Welles con il suo Quarto Potere nel 1941: capace di rivoluzionare la sintassi cinematografica reinventandone le regole e allo stesso tempo di giungere all’essenza del cinema e del giornalismo in un sol colpo, il capolavoro del cineasta inglese è ancora oggi il più fulgido esempio di quanto esposto in partenza, ovvero l’impossibilità di conseguire quel traguardo chiamato verità, la quale è esemplificata nel film dall’identità di Charles Foster Kane (ispirato a William Rudolph Hearst). Frammentaria, scomposta, mai riconducibile ad un quadro unico e coerente, essa rimarrà un mistero, un puzzle irrisolvibile i cui pezzi, seppur messi insieme, non riusciranno mai a fornire una risposta univoca ai reporter incaricati di raccontare la vita del magnate.

Orson Welles nei panni del Charles Foster Kane di “Quarto Potere” (1941)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *