Scontri utopici

Ammetto di essere sempre stato affascinato dalle grandi rivalità. Mi riferisco a quei dualismi a volte veritieri e comprovati, in altri casi solo supposti o romanzati, che costituiscono il sale e il pepe delle chiacchiere con gli amici al bar. Qualche esempio? Potrei proporne migliaia! Joe Frazier vs Muhammad Alì, River Plate vs Boca Juniors, Pelè vs Diego Armando Maradona, The Beatles vs The Rolling Stones, Blur vs Oasis (con lo sport e la musica si ha terreno fertile).

Inoltre, come se non bastasse, ci sarebbero quelle battaglie sicuramente molto più frivole ma che, tuttavia, rivelano quanto il consumismo e il concetto di brand abbiano penetrato il nostro modus vivendi: mai discusso a proposito di Nike vs Adidas, Coca Cola vs Pepsi o della sfida in famiglia Esta Thè al limone vs Esta Thè alla pesca? Quest’ultima pone, per il sottoscritto, una distinzione di campo se ce n’è una al mondo: si dà il caso che io ne faccia, scherzando ma neanche troppo, una questione di vita o di morte. Ci sarebbe in effetti da riflettere sulla nostra aderenza al marchio come scelta prima di tutto utopica [quadrato semiotico di J.M. Floch, ndr].

Più in generale, questi dualismi spesso archetipici vedono i propri soggetti travalicare i confini dell’umano per farsi assiologia pura: secondo il celeberrimo “due facce della stessa medaglia”, l’uno sembra non poter esistere senza l’altro. E allora Batman vs Joker per i (cine)fumetti oppure, di nuovo con lo sport e di nuovo all’interno della mia sfera personale, Celtics vs Lakers, per me autentica rappresentazione della dialettica bene/male: se rappresenti l’uno, non puoi essere l’altro. Ideologia pura. Ideoleogia che ovviamente diventa terreno di ferventi scontri in campo politico, scontri che però non vietano ad un Almirante di piangere sulla tomba di Berlinguer, avversario inevitabile e necessario, altro te stesso da combattere e rimpiangere.

Tutto questo potrebbe essere riassunto dal capolavoro di M.Night Shyamalan “Unbreakable” (e c’ho piazzato pure il consiglio cinematografico). Il film arriva a compiere quasi vent’anni ma ancora in pochi sembrano essersi resi conto dell’accortezza con cui il regista indiano tratti alcune delle tematiche suddette. Attraverso il personaggio dell’Uomo Di Vetro, emerge la necessità di dare un senso alla nostra esistenza mediante l’indomabile ricerca del nostro reciproco, quell’anima che per opposizione e specularità possa giustificare il nostro esserci.

Ad ogni modo, ciascun lettore che sia arrivato fin qui merita di conoscere quale sia stata la rivalità responsabile di questa mia alquanto banale ma spontanea dissertazione. Mi chiedevo: ma di sabato sera, sul divano, meglio Milly Carlucci o Maria De Filippi?

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