Un anno di memorie cinefile: il 2018 (Parte I)

Chi è quel cinefilo che perde occasione di stilare le sue classifiche di gradimento, i suoi bilanci, i suoi tentativi più rigorosi di passare in rassegna tutto quanto si è visto durante un’intera annata? Probabilmente un cinefilo che ha vita dura nell’era dell’internet. Basta farsi un giro sui social media per capire come questa pratica sia oramai diventata molto comune, spesso ricoprendo il ruolo di ottimo termometro dell’intolleranza verso l’opinione altrui: improperi rivolti a questo o quel posto in classifica, discussioni che stonerebbero anche nei peggiori bar di Caracas. Lontano da quel tipo di mentalità (ma pur sempre grande amante delle liste), ho deciso di non privarmi del piacere di comporne una, scegliendo però di cambiare approccio: quella che segue è una specie di lunga e minuziosa giostra di momenti cinematografici (in senso ampio) che un segno positivo o negativo su di me lo hanno lasciato: un vorticoso susseguirsi di frame, scene, sequenze, emozioni, sensazioni appartenenti a un anno indimenticabile.

La modalità è quella di un lungo flusso ininterrotto, non cronologico, in gran parte emotivo, privo di un vero ordine di gradimento progressivo (o almeno così sembrerebbe). Per saperlo dovrete infatti leggere anche la seconda parte. 3, 2, 1… Via!

  • La lettera di Woody Harrelson e lo starnuto sanguinoso in 3 Billboards Outside Ebbing Missouri
  • il turismo inetto e svuotato e il finale docu-fiction in The 15:17 To Paris
  • la paranoia generata da Unsane
  • “Se bastasse una sola canzone…” in C’est La Vie
  • le canzoni e il bianco e nero di Cold War
  • il sollucchero prima di vedere The Ballad Of Buster Scruggs in sala a Venezia75, l’episodio iniziale, la battuta finale di J.Franco, “…of the people, by the people, for the people”, Tom Fuckin’ Waits in The Ballad Of Buster Scruggs, complimentarsi per strada con Ethan Coen
  • le biciclette, gli Psychedelic Furs, Michael Stuhlbarg nel finale in Call Me By Your Name
  • i classici di Powell & Pressburger al Torino Film Festival
  • le apparizioni del lupo, la musica che se ne va, guardare Lazzaro e pensare a Bruno S in Lazzaro Felice
  • i dialoghi di Green Book
  • “Io non sono imparziale” e il ricordo su un sacerdote in Santiago, Italia
  • Pattinson e la bimba, l’erotismo selvaggio della Binoche e le altre mille suggestioni in High Life
  • l’asciuttezza maniacale ed ellittica di Zan
  • le passeggiate sulla croisette, il tuxedo al Palais, “Message In a Bottle” che risuona, ti giri e c’è Sting a Cannes
  • la tenerezza sommessa e i dialoghi reimmaginati con i pupazzetti in Corpo e Anima
  • dire a Viggo Mortensen “you’re not just fantastic, you’re Captain Fantastic
  • poter vedere un film inedito di Orson Welles nel 2018 in sala, le sequenze a colori del film stesso (The Other Side Of The Wind)
  • tutte le meravigliose e sagaci chiacchiere di Double Vies
  • le intime “routine” di Sally Hawkins, la torta verde e in generale tutto il verde di The Shape Of Water, non dimenticare la bellezza di The Shape Of Water quando a fine anno se la sono scordata tutti, incrociare Del Toro, dirgli che Cronos è un grande film e vedere una soddisfazione genuina e pacioccona nel sentirselo dire
  • il mio cellulare tragicamente distrutto in sala al termine di Mandy, fatto che riesce a placare la gioia derivata dall’effettiva fine di Mandy
  • il mappazzone genuino di Kim Ki Duk (Human, Space, Time, Human)
  • Marcello Fonte che esiste, che alza premi e che pettina cani, Matteo Garrone che esiste e che torna (nient’affatto imbalsamato) sul luogo del delitto, Matteo Garrone versione loquace in un incontro a Venezia
  • tutti i cani di Dogman e tutti i cani di Isle Of Dogs
  • Il red carpet di Isle Of Dogs alla Berlinale con Bill Murray e Wes Anderson che suonano le percussioni!

    To be continued…

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