Agnès de 5 à 7: un ricordo di Agnès Varda

Quando la si vedeva tornare in pista con un nuovo lungometraggio si era portati a pensare ingenuamente che Agnès Varda, seppur giunta a 91 anni di età, fosse ben lontana dal contemplare l’idea che il tempo a noi concesso sia limitato ed estinguibile. Il vigore degli stimoli che Varda seminava e raccoglieva in ogni sua opera ci stupisce ancora e ci rammenta i personaggi del suo Les Glaneurs Et La Glaneuse (2000), a lei accomunati dall’impegno e dalla creatività nel ricavare nutrimento materiale e spirituale da ogni situazione. Se considerassimo solo questo aspetto, Varda ci sembrerebbe in tal senso lontana anche dalla protagonista del suo capolavoro Cléo de 5 à 7 (1962): terrorizzata da un responso imminente e pedinata da una macchina da presa che ne cattura i più piccoli spostamenti, a contatto con la mortalità Cléo sembra assottigliarsi proprio come fanno le ore, i minuti e i secondi che ne scandiscono minuziosamente il racconto.

Cleo da 5 à 7
Cleo da 5 à 7 (1962)

Timore non ve n’era in Varda, ma la consapevolezza di essere prossima al commiato di sicuro sì. Ecco che dunque la tendenza auto-riflessiva del suo cinema più recente può indicarci proprio la volontà di terminare un lungo percorso artistico e congedarsi dal pubblico al meglio possibile. La necessità di guardarsi indietro, doversi riconoscere nel proprio operato e tirarne in qualche modo le somme sono tutte azioni che suggerirebbero una componente nostalgica; questa, seppur presente negli ultimi film della regista, non ha tuttavia carattere di esclusività. A tal proposito, l’ultimissimo Varda By Agnès (2019) non fa altro che ribadirci come le intenzioni della cineasta belga fossero ben più sofisticate di una smaccata auto-celebrazione. Virando verso una direzione più ostica e nondimeno stimolante, il film va a ripescare le intuizioni già proprie di Les Places Des Agnès (2008), di cui è in sostanza una versione riarrangiata e aggiornata. In entrambi i film le memorie della regista, sapientemente riattualizzate per via di nuovi contesti e nuove rappresentazioni, vanno a scardinare la linea del tempo per riconvertirla in un flusso di associazioni tematiche che con ogni probabilità rende vano il tentativo di riassumere in poche righe di una trama che equivale ad un vero e proprio arco vitale e artistico. Ci si muoverà dunque allo stesso modo del film, per catene di associazioni e di nessi che diano un resoconto fedele ma consapevolmente sbiadito di una grande donna a cui di certo si renderebbe giustizia più con le immagini che con le parole.

Agnès Varda Berlinale
Agnès Varda ritira il premio Berlinale Kamera (Berlinale 69, febbraio 2019)


Presente alla 69a edizione della Berlinale per presentare Varda By Agnès e per ritirare il premio Berlinale Kamera, nella sua ultima apparizione pubblica Varda attraversava il red carpet con un passo cauto e incerto ma con la consapevolezza di essere attesa quanto una regina il cui bizzarro e inconfondibile caschetto bicolore poteva rappresentarne una metaforica corona. Tale premio arrivava in una fase di totale riconsiderazione della carriera di questa cineasta (solo all’anno scorso risale inoltre l’Oscar alla carriera) troppo spesso trattata con ingiustificata sufficienza anche dagli studiosi e dai cinéphiles più accaniti. È proprio in un contesto di continue sollecitazioni a partecipare a incontri col pubblico, masterclass e premiazioni che Varda decideva di rimettere mano, questa volta definitivamente, all’album dei ricordi: il proposito era quello di creare un oggetto che potesse fungere da vera e propria lezione di cinema e, al contempo, vivere anche una propria autonomia in quanto film andando a stabilire connessioni fra materiale di repertorio e immagini appositamente girate per l’occasione. Riprendendosi di fronte a un pubblico che rapidamente va a riempire la sala, in Varda By Agnès la regista inizia dunque a raccontarsi senza filtri esponendo i tre momenti che condensano quella che lei chiama cinécriture: ispirazione, creazione e condivisione, ovvero genesi, messa a punto ed esito di un processo artistico in senso ampio prima ancora che cinematografico. Il viaggio intrapreso da qui in poi è ricco di suggestioni, aneddoti e idee folgoranti che oscillano fra vita privata e vita professionale con freschezza ed efficacia suggerendoci che in fondo l’una appartiene all’altra. Se il cinema è la vita stessa, il ritorno sui luoghi che l’hanno segnata non può solo essere intellettuale ma anche (e prima di tutto) fisico e tangibile come nei nuovo incontri con Sandrine Bonnaire o con Jane Birkin, storiche amiche e sodali.

Varda By Agnès (2019)

Regista di film documentari e di finzione, fotografa, creatrice di installazioni museali, la figura di Agnés Varda sfugge da sempre alle strette maglie degli incasellamenti. Che siano dovuti a generi, a indicazioni produttive, a motivi stilistici o tematiche affrontate, gli schemi le sono sempre stati stretti a tal punto che ella non vi è mai appartenuta né vi si è dovuta affrancare per rivendicare una qualche libertà artistica. Nella sua vita personale e professionale Varda ha sempre recitato il ruolo dell’outsider; alle certezze della stasi ha sempre prediletto un peregrinare senza sosta, senza tetto e senza leggi come la Mona del suo Sans Toit Ni Loi (1985).

Nata in Belgio da padre greco e madre francese, si trasferisce con la famiglia nel Sud della Francia, cambia nome di battesimo e si forma a Parigi dove gli studi di letteratura e psicologia si rivelano solo anticamere del suo sbocco naturale verso la fotografia. Come afferma candidamente nel documentario, quando si approccia alla settima arte Varda lo fa dunque senza avere particolari nozioni o influenze esclusive al mezzo cinematografico. Il suo primo lavoro Pointe Courte (1954), lungometraggio ambientato nel villaggio di pescatori in cui è cresciuta, subito presenta rigogliose idee intercettate poi dalla nouvelle vague: i critici dei Cahiers du Cinema ne tessono le lodi (Francois Truffaut funga da esempio) e non tardano troppo a riprenderne alcuni spunti stilistici qualche anno dopo quando vanno a sedersi anche loro dietro la macchina da presa. Il montatore del film Alain Resnais, spesso associato con Varda (e Chris Marker) ad una corrente coeva chiamata left bank group, si dice quasi geloso del materiale girato e riluttante a svolgere il proprio lavoro per via di una condivisione di sguardi e intenti di cui il suo Hiroshima Mon Amour diverrà prova lampante. Troppo precoce per essere captato o preso seriamente in considerazione, il contributo di Varda alla nouvelle vague viene raramente menzionato o il più delle volte ricondotto superficialmente al solo Cléo de 5 à 7.


Non potendola del tutto accostare ai colleghi uomini della nouvelle vague, la si è fatta diventare un’icona dell’attivismo o la regista femminista per eccellenza. In Varda By Agnès sono in effetti ben documentati anche i numerosi periodi all’estero che ne hanno segnato in tal senso la vita e la carriera: nei primi anni ’60 Varda si dirige a Cuba per documentarne il periodo post-rivoluzione a ritmo di cha cha cha nel corto Salut Les Cubains (1963); trasferitasi con Jacques Demy in California, nel ’68 filma i meeting del movimento rivoluzionario afro-americano in Black Panthers (1968); non si limita a far parlare solo le sue opere quando nel 1971, di nuovo in Francia, è fra le donne firmatarie del cosiddetto manifeste des 343 salopes, manifesto in cui si ammette di aver avuto un aborto (atto in quel momento illegale) e che contribuirà sensibilmente alla legislazione avvenuta quattro anni dopo.

Nonostante ciò, anche questa prospettiva appare forse limitante se non si specifica in che modo il sociale e il politico si presentino nel cinema di Varda e a chiarire tal punto vi sono diversi passaggi di Varda By Agnès: non affrontati come pretesti per trattazioni (pseudo)pedagogiche, questi due aspetti risultano intimamente connaturati nello sguardo della regista che li problematizza di volta in volta attraverso gli opportuni mezzi espressivi. Incinta della prima figlia (avuta da Antoine Boursellier ma cresciuta da Demy), nel corto L’Opéra-Mouffe (1958), ad esempio, Varda rifletteva con straordinaria inventiva sulle criticità della gravidanza e sul corpo femminile, contrapponendo a quelle rotondità oggetti dalle forme speculari e persino gli sguardi circospetti di viandanti parigini.

Agnès Varda

In Le Bonheur (1965) sono la concezione di adulterio come frutto di reazione ad una mancanza e l’istituzione matrimoniale stessa a essere messi in discussione sotto una luce policromatica che ne esalta le contraddizioni. Si servono invece di crismi documentaristici i già citati Sans Toit Ni Loi e Cléo de 5 à 7, pur essendo film di finzione. Stando a stretto contatto con le protagoniste, Varda scruta passo passo questi due donne raccontandone la fuga: quella di Mona in cerca di una libertà che troverà solo nella morte, quella di Cléo che vorrebbe scampare alla morte stessa nonostante la vacuità e l’impotenza delle proprie azioni. Corpi femminili, questi, sottoposti inoltre a sguardi terzi che tentano di assoggettarli o definirli secondo meccanismi di appropriazione.

Quando invece è il documentario a prevalere sulla fiction, Agnès Varda impedisce che qualcuno definisca lei facendolo per conto proprio e raccontandosi meglio di quanto farebbe chiunque altro. Varda By Agnès è del resto la testimonianza perfetta di ciò, attestato ancora vivido nonostante ora la lettura postuma ne accentui inevitabilmente il carattere testamentario. Varda si è dunque posta al centro, ha raccontato tutto di sé ma per farlo ha dovuto necessariamente passare in rassegna tutti coloro che dal suo obiettivo sono stati immortalati e resi parte di un immenso progetto di indagine audiovisiva. Il suo cinema è un cinema di incontri, di curiosità e di apertura verso i luoghi, gli individui che li popolano, le immagini che li caratterizzano. Come non partire allora per un viaggio verso spazi sconfinati e sempre meno popolati, alla ricerca di volti da salvaguardare. Varda By Agnès non si lascia quindi sfuggire l’opportunità di riproporre alcuni momenti del pur fresco di uscita Visages Villages (2017), film in cui Varda sperimentava la sua prima co-regia col sodale JR, visual artist che l’ha accompagnata di villaggio in villaggio all’interno della Francia rurale.

Agnès Varda, JR, Visages Villages
Visages Villages (2017)

Ad ogni passaggio una parete viene suggellata e culturalizzata, ad ogni passaggio suggestioni e ricordi emergono dalla comunione di due anime così lontane anagraficamente ma così vicine spiritualmente. Jacques Demy, amore indimenticato (e ora finalmente riabbracciato) da Agnés che con lui ha condiviso tutto da amica, collega e compagna di vita, è il nome che ritorna sempre e comunque. Jean Luc Godard è invece l’amico verso cui si ha quel timore reverenziale ma con cui si vorrebbe tanto trascorrere nuovamente del tempo. Per Agnès, JLG si tolse addirittura i suoi immancabili occhiali scuri nella sua comparsata in Cléo de 5 à 7 e a quel vezzo degli occhiali si rifà il look dello stesso JR. Se il cinema di Varda è un cinema di incontri, allora sembrava sacrosanto che un ultimo confronto chiudesse il cerchio su un’amicizia e suggellasse in qualche misura tutto ciò che quella strabordante nuova ondata ha rappresentato per il cinema. Eppure Godard all’appuntamento non si presenta, la chiusura non è veramente tale: che avesse escogitato la maniera più coerente per tenere sospeso quel cinema già spesso e volentieri atemporale, garantendogli così l’immortalità?

Di Agnès Varda ho avuto modo di parlare anche in questa conversazione avuta con Alessandro Amato (critico cinematografico) per “La Città Immaginaria”. Abbiamo tentato insieme di fornire un ricordo di Agnès Varda (questa volta a un anno dalla scomparsa), offrendo al contempo al lettore una bussola per addentrarsi in un corpus di opere molto diversificato come quello della regista belga.



*L’articolo è stato pubblicato, in una precedente versione, sul sesto numero di “Maverick”, rivista mensile dell’associazione culturale “A.I.A.C.E. Torino” e uscito nel mese di marzo. Il seguente articolo ne costituisce una versione leggermente modificata a seguito nella morte della regista, avvenuta solo poche settimane dopo la redazione del pezzo che a lei è dedicato.

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