La grande bellezza: il meglio del 2019

Vistose visioni mancate:
Welcome To Marwen (Robert Zemeckis)
The Souvenir (Joanna Hogg)
John Wick: Chapter 3 – Parabellum (Chad Stahelski)
Rolling Thunder Revue (Martin Scorsese)
Vitalina Varela (Pedro Costa)
Liberté (Albert Serra)
Bacurau (Kleber Mendonça Filho, Juliano Dornelles)
Atlantique (Mati Diop)
A Vida Invisível (Karim Aïnouz)
Uncut Gems (Ben & Josh Safdie)

A cavallo fra ’18 e ’19: The Mule (Clint Eastwood)

Menzione d’onore #1: Nomad – In the Footsteps of Bruce Chatwin / Meeting Gorbachev (Werner Herzog)

Come faccio a motivare l’assenza di Werner Herzog dalla classifica vera e propria? Bah, facciamo che mi limito a dire che ogni classifica starebbe stretta a questo signore, il quale nel 2019 porta a termine ben 3 lungometraggi documentaristici. Family Romance LLC mi è sfuggito, mentre per quanto riguarda invece gli altri due siamo alle solite: il mio senso critico vacilla, l’emozione di impossessa di me (e in Nomad, incredibilmente, anche di Herzog stesso, per un attimo fugace) e mi viene da pensare ripetutamente che senza questo artista, senza questo atleta del cinema, sarei stato tremendamente più povero spiritualmente e umanamente. Una breve menzione anche per il bellissimo Meeting Gorbachev: se sulla figura Bruce Chatwin non si nutriva alcun dubbio (lo scrittore/esploratore è stato uno delle anime più affini al Nostro), il fatto che Gorbachev potesse rientrare nel canone herzoghiano con tale naturalezza è davvero sorprendente. Infine, va assolutamente citata la sequenza del trittico di funerali di Stato dei segretari del PCUS: antologia pura.

Menzione d’onore #2: Varda Par Agnès (Agnès Varda)

La scomparsa di Agnès Varda fa ancora tanto male, specie per le circostanze particolari che mi hanno legato in qualche modo a questa donna straordinaria. In quel di Berlino ho infatti avuto l’opportunità di assistere alla consegna del premio Berlinale Kamera, un premio alla carriera conferitole appena prima della presentazione di quello sarebbe dovuto effettivamente essere il suo ultimo film, Varda Par Agnès. In quel contesto, non potevo ovviamente immaginare che appena qualche settimana dopo la morte di Varda avrebbe chiuso davvero la questione, senza possibilità di smentita. Ho avuto quindi l’onore (che poi si è tramutato in profondo dispiacere) di essere presente all’ultima apparizione in pubblico di un’artista che ha fatto la storia del cinema. Al di là di ciò, Varda Par Agnès è un documentario testamento molto consapevole che funge da aggiornamento di Les Beaches Des Agnes e in cui non mancano le punte di commozione e i soliti lungimiranti spunti creativi e di riflessione: qui avevo avuto modo di parlarne in maniera più approfondita.

20. Marriage Story (Noah Baumbach)

Tutti sono impazziti per questo film e anche io non posso negare di averlo apprezzato molto. Da estimatore di lunga data di Noah Baumbach devo però ammettere che l’entusiasmo mi è parso un po’ eccessivo: cos’è che renderebbe Marriage Story un film così decisivo all’interno della sua filmografia, o il film della cosiddetta maturità? La sensazione che ho è che invece il film consolidi senz’altro la posizione di questo autore fra i cineasti più continui nel panorama statunitense ma non faccia registrare grossi movimenti da un punto di vista di un percorso autoriale. Si tratta pur sempre e ancora una volta di dinamiche familiari (e questo c’è sempre stato), nel particolare di un caso di divorzio (ma questo c’era già stato in The Squib And The Whale), c’è un grande Adam Driver (che però è indimenticabile in While We’re Young). Ci sono, questo è vero, dei personaggi di contorno eccezionali interpretati da nomi del calibro di Laura Dern, Alan Alda e Ray Liotta, le scene madri sono numerose (monologhi, esibizioni canore, il folgorante incipit, lo svenimento sanguinolento). Un film molto sentito, forse un pelo troppo cesellato e sgrezzato per gli standard di un Baumbach probabilmente in cerca di statuette, sicuramente tanto autobiografico (nel pur ottimo script si avverte uno sbilanciamento empatico nei confronti del personaggio maschile un po’ eccessivo).

19. Erde (Nikolaus Geyrhalter)

18. Grâce À Dieu (François Ozon)

Il regista camaleonte per eccellenza cambia di nuovo pelle e si tuffa nell’angusto terreno del cinema di inchiesta, magari anche per conquistare l’ambito Orso D’Oro e portare a casa finalmente un premio prestigioso dopo due decadi e oltre di onorata carriera. Le cose non vanno esattamente come previsto perché si mettono di mezzo l’israeliano Nadav Lapid e il suo Synonymes e Ozon è costretto a consolarsi con l’Orso D’Argento. Al di là di tutto ciò, mi preme notare come ancora una volta il regista francese riesca a donare la propria personalità ad una pellicola che ad una prima vista ingannatrice lasciava temere la mancanza di un vero piglio autoriale e un tacito assenso alle regole del cinema di stampo processuale. Grâce À Dieu è molto più di questo: in primis, è un film che si scopre mutevole di volta in volta, a causa di una narrazione tripartita gestita con maestria e con fluidità disarmanti; inoltre, tratta il tema dell’abuso sessuale partendo direttamente dal perno della vicenda, ovvero le vittime inascoltate alle cui voci è finalmente concessa la possibilità di risuonare e di prendere in mano le redini della vicenda; infine, sul versante inchiesta (Ozon conduce sempre a se tutti i canovacci ma con intelligenza non se ne separa mai del tutto) compie la mossa più sagace: si rende fruibile (per quanto possibile) in tempo reale con le vere sentenze ancora in corso di svolgimento in Francia, recuperando così una funzione addirittura etica, politica, informativa. L’ennesimo colpo da biliardo di un regista oramai di classe sopraffina (e la tutta la prima parte, cinema epistolare che sa di Bresson, fa strabuzzare gli occhi).

17. The Irishman (Martin Scorsese)

So già che questa posizione in classifica farà discutere, tuttavia cercate di non fissarvi troppo sui singoli piazzamenti e pensate che quelli possono davvero essere la cosa più soggettiva possibile e immaginabile. L’importante è che The Irishman in classifica ci sia, e non credo avrebbe potuto essere altrimenti. Lo ammetto: ho fatto un po’ fatica a comprendere questa dirompente urgenza narrativa che Martin Scorsese ha dichiarato di aver provato per questo film, divenuto nel corso degli anni un’altra specie di pellicola maledetta e improducibile (e già il precedente Silence aveva subito numerosi rinvii e stop nel corso degli anni). Insomma sì, è scandaloso che Martin Scorsese debba fare tutta questa fatica per farsi produrre un film, debba mettere in subbuglio tutto il sistema dichiarando guerra al cinema da parco giochi, debba rivolgersi a Netflix come ultima spiaggia. Ma la domanda è: The Irishman ha poi giustificato tutto questo ambaradan? Per le prime due ore, la mia risposta è nì. La messa in scena scorsesiana non si discute neanche per idea e una quantità enorme di materiale informativo viene dispiegata nei confronti dello spettatore in maniera impeccabile. Tuttavia sentivo mancare la magia, venivo tirato giù dalle maglie della ripetizione, mi chiedevo se dopo Mean Streets, Goodfellas, Casinò e The Wolf Of Wall Street (per me declinazione finanziaria del gangsterismo perfettamente inserita in questo filone scorsesiano) ci fosse la necessità di tornare ancora sul luogo del delitto, e ancora e ancora. Poi però arriva la terza ora e tutto diviene più chiaro ai miei occhi. Continuo a credere che complessivamente questo film non sia fra i migliori di Scorsese, il ringiovanimento facciale di De Niro continua sovente a non sembrarmi adeguato e a portarmi fuori dal film, tuttavia è da tre mesi che quella terza ora mi perseguita un giorno sì e l’altro pure. A Martin Scorsese va come minimo il premio di migliore inquadratura finale dell’anno e il consueto e mai pleonastico sentito ringraziamento.

16. It Must Be Heaven (Elia Suleiman)

15. Glass (M. Night Shyamalan)

14. The Lighthouse (Robert Eggers)

Robert Eggers era atteso al varco da tutti, è inutile negarlo. The Witch aveva stregato i discepoli dell’horror ma non solo facendo sperare, di pari passo con l’emergere di svariati colleghi ugualmente verdi anagraficamente, che grazie a questa nuova generazione si potesse davvero parlare di una rinascita vera e propria del genere. Diffidate, almeno un pizzico, dall’esaltazione cieca dei più giovani appassionati e critici in erba che hanno avuto modo di vederlo: The Lighthouse non è perfetto come molti di loro vi diranno, eppure è innegabile la sua forza dirompente e accecante, quanto meno se come me si è stati fra i pochi fortunati a poterlo vedere in una sala cinematografica (Cannes 72, Quinzaine Des Réalisateurs). L’esperienza visiva e sonora rimane del tutto memorabile, al netto dei giri a vuoto di una sceneggiatura che sovente preferisce tergiversare e replicare quanto già visto e già detto per giocare di accumulo. Eggers sembra essere alla ricerca spasmodica della bellezza del quadro sempre e comunque e, da talento cristallino, spessissimo la trova. Specchiandosi troppo rischia però di perdere il bandolo della matassa, quasi dimenticandosi della necessità del momento del rilascio, dell’esplosione decisiva e inconsulta di qualsiasi escalation tensiva. Rischia soltanto, per fortuna, e porta a un compimento soddisfacente la sua storia di (stra)ordinaria follia anche per merito dei due attori (Dafoe garanzia, Pattinson qui è bravo ma non nego di aver pensato per tutto il film a cosa avrebbe fatto Tom Hardy al suo posto).

13. Temblores (Jayro Bustamante)

Piazzato in un’ottima posizione, il titolo che nessuno si aspetta e che quasi nessuno ha visto. Si tratta di Temblores di Jayro Bustamante, regista guatemalteco che si è fatto conoscere con Ixcanul (2015) e che quest’anno è tornato alla ribalta dei festival internazionali prima nella sezione Panorama della Berlinale (con questo film) e solo qualche mese dopo a Venezia con La Llorona, all’interno de Le Giornate Degli Autori. Se in questo secondo titolo il modello di riferimento sembra essere la fiaba orrorifica di un Guillermo Del Toro, nel più compiuto e riuscito Temblores il regista dà meno sfogo alla fantasia ma neanche qui trascura le vicissitudini socio-culturali e politiche della sua nazione andando a concentrarsi sul tema dei centri rieducazionali per omosessuali. Se state pensando a Boy Erased o a The Miseducation Of Cameron Post, sappiate che questo film vale dieci volte entrambi. Senza ritrarsi di fronte alle estreme e dolorose conseguenze delle scelte compiute dal protagonista Pablo, Bustamante tratteggia mirabilmente il conflitto interiore di un individuo in perenne lotta fra due dimensioni: da un lato quella dal perseguimento della felicità relativa alla sfera affettivo-amorosa e della gratificazione conferitagli dall’accettazione della propria identità sessuale; dall’altro quella del mantenimento di uno status e di un contatto con i propri figli, situazioni entrambe rese impossibili dalla flagellazione inflittagli dalle istituzioni (familiare, clericale, sociale) che rifiutano totalmente la sua natura e ne disconoscono l’appartenenza nei propri ranghi a meno di un ravvedimento.

12. Martin Eden (Pietro Marcello)

11. La Mafia Non È Più Quella Di Una Volta (Franco Maresco)

10. The Beach Bum (Harmony Korine)

9. Dylda (Kantemir Balagov)

La conferma del talento di un cineasta tanto giovane quanto insospettabilmente maturo. L’opera seconda di Kantemir Balagov strega sia Cannes che Torino e si prepara ad arrivare nelle sale italiane il 9 gennaio con il titolo La Ragazza D’Autunno. Questo film russo rappresenta uno dei due nomi meno gettonati di questa classifica (solo Temblores è più di nicchia), ma ciò non ne mina affatto il valore intrinseco: questa volta l’allievo pupillo di Sokurov decide di imbattersi una vicenda dal contesto storico molto più pronunciato, una Leningrado immediatamente uscita dal secondo conflitto bellico in cui ancora regnano i traumi della guerra e gli ospedali sono pieni di degenti reduci dai bombardamenti. Proprio in una clinica lavora la protagonista, Iya, denominata Dylda (giraffa) per via dell’altezza. Infermiera, tutrice del piccolo Pashka (figlio dell’amica Masha ancora impegnata al fronte), vittima di repentini traumi da stress che la immobilizzano momentaneamente, quasi pietrificadola: questo è quanto ci viene detto a proposito della protagonista, la quale immaginiamo sia il fulcro unico di tutta la pellicola. Invece il ritorno di Masha ci fa subito capire che saranno entrambi i personaggi, attraverso le complesse e perverse articolazioni di un rapporto morboso che cambia continuamente sembianze, a contendersi la scena. A livello formale sono invece i primi piani, la gestione della prossemica fra i personaggi, gli eterni abbracci, la contrapposizione di cromatismi decisi a costituire il corpo di un’opera che si fa forte delle notevoli interpretazioni delle due attrici protagoniste abbandonandosi ad un ritmo traccheggiante ma mai indolente in cui la tensione psicologica scaturisce anche dalla gestione quasi non-progressiva delle proprie micce inesplose. Di Balagov avevo scritto anche qui.

8. Ad Astra (James Gray)

Chi scrive nutre uno sconsiderato affetto per James Gray. Come si fa a non amare questo cineasta totalmente anacronistico, sempre fedele a se stesso nonostante le continue scorribande fra un genere e l’altro? Se non si conoscesse il cinema di Gray, si potrebbe ritenere questo Ad Astra un film maldestramente tardivo nel giungere per ultimo alla colonizzazione cinematografica dello spazio a cui abbiamo assistito negli ultimi anni: Interstellar, Gravity, First Man, High Life, per citare i più importanti. Ma c’è da credere che le motivazioni del viaggio interstellare di James Gray non traggano fondamento da ispirazioni coeve, o perlomeno non solo: che ci si occupi di avventura, di polizieschi, di melodrammi o di fantascienza come in questo caso, lo scheletro fondativo del cinema di Gray risiede sempre negli spettri lacunosi dell’animo umano, nei tormenti dei figli che attendono il ricongiungimento con i padri, nell’esplorazione fisica e metafisica dei luoghi dell’alterità e dell’ossessione come percorso prettamente auto-analitico. Una brama di completezza, di ricongiungimento e di pacificazione che necessita di una ricerca incessante e ossessiva (in particolare in questo film e in The Lost City Of Z). Senza venir meno al rispetto delle coordinate riconoscibili del genere di riferimento, la fantascienza, Gray arricchisce la sua poetica di un ulteriore ed emozionante tassello, un’avventura che più tratta del distacco e più diventa intima, che può riecheggiare Conrad o Coppola (e forse anche Malick nell’uso inedito dell’incessante monologo interiore) ma che resta prima di tutto figlia del suo grande autore firmatario.

7. J’Accuse (Roman Polanski)

6. Il Traditore (Marco Bellocchio)

5. Sorry We Missed You (Ken Loach)

4. Portrait De La Jeune Fille En Feu (Céline Sciamma)

3. Parasite (Bong Joon-ho)

2. Once Upon A Time In Hollywood (Quentin Tarantino)

1. Dolor Y Gloria (Pedro Almodóvar)

La carrellata dei migliori film del 2019.

Per me non poteva essere altrimenti. La sensazione è che l’ultimo film di Pedro Almodovar ci abbia riconsegnato il massimo splendore di un autore reduce da un decennio di non grandissima ispirazione. Deve essersi sentito quasi con le spalle al muro Almodovar, quando la necessità (e la si avverte, è quasi fisiologica) di ripartire dal racconto di se stesso ha preso il sopravvento. Non è il primo né sarà l’ultimo a compiere una tale missione di scavo autobiografico, questo è certo, ma conta sempre il come e quanto in profondità si riesce a giungere, e Almodovar si dimostra maestro assoluto nel dare corpo a un enciclopedico compendio di tutto ciò che il suo cinema è stato fin dagli albori. Traendo linfa vitale dalla dimensione intertestuale (continui rimandi a tutta la propria opera) ed extratestuale (la componente privata, la vita vissuta) il corpo stanco e dolorante di Almodovar diventa quello di Antonio Banderas, che diventa quello del cinema stesso, attraverso un continuo riflesso che conduce tale organismo a riacquisire sussistenza nutrendosi di colori sgargianti, di emozioni sopite, di pulsioni primarie e recondite. La dimensione del ricordo diventa il campo di azione di un’intimità e di un’umanità esibite senza filtri. Se Dolor y Gloria è l’ del regista spagnolo, Antonio Banderas non può che esserne l’unico Mastroianni possibile: attore straordinario, indispensabile ente vicario in grado di racchiudere e incanalare tutti gli acciacchi, i risentimenti, le memorie, gli amori e le passioni di un artista altrettanto straordinario.

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