La grande bellezza: il meglio del 2019


10. The Beach Bum (Harmony Korine)


9. Dylda (Kantemir Balagov)

La conferma del talento di un cineasta tanto giovane quanto insospettabilmente maturo. L’opera seconda di Kantemir Balagov strega sia Cannes che Torino e si prepara ad arrivare nelle sale italiane il 9 gennaio con il titolo La Ragazza D’Autunno. Questo film russo rappresenta uno dei due nomi meno gettonati di questa classifica (solo Temblores è più di nicchia), ma ciò non ne mina affatto il valore intrinseco: questa volta l’allievo pupillo di Sokurov decide di imbattersi una vicenda dal contesto storico molto più pronunciato, una Leningrado immediatamente uscita dal secondo conflitto bellico in cui ancora regnano i traumi della guerra e gli ospedali sono pieni di degenti reduci dai bombardamenti. Proprio in una clinica lavora la protagonista, Iya, denominata Dylda (giraffa) per via dell’altezza. Infermiera, tutrice del piccolo Pashka (figlio dell’amica Masha ancora impegnata al fronte), vittima di repentini traumi da stress che la immobilizzano momentaneamente, quasi pietrificadola: questo è quanto ci viene detto a proposito della protagonista, la quale immaginiamo sia il fulcro unico di tutta la pellicola. Invece il ritorno di Masha ci fa subito capire che saranno entrambi i personaggi, attraverso le complesse e perverse articolazioni di un rapporto morboso che cambia continuamente sembianze, a contendersi la scena. A livello formale sono invece i primi piani, la gestione della prossemica fra i personaggi, gli eterni abbracci, la contrapposizione di cromatismi decisi a costituire il corpo di un’opera che si fa forte delle notevoli interpretazioni delle due attrici protagoniste abbandonandosi ad un ritmo traccheggiante ma mai indolente in cui la tensione psicologica scaturisce anche dalla gestione quasi non-progressiva delle proprie micce inesplose. Di Balagov avevo scritto anche qui.


8. Ad Astra (James Gray)

Chi scrive nutre uno sconsiderato affetto per James Gray. Come si fa a non amare questo cineasta totalmente anacronistico, sempre fedele a se stesso nonostante le continue scorribande fra un genere e l’altro? Se non si conoscesse il cinema di Gray, si potrebbe ritenere questo Ad Astra un film maldestramente tardivo nel giungere per ultimo alla colonizzazione cinematografica dello spazio a cui abbiamo assistito negli ultimi anni: Interstellar, Gravity, First Man, High Life, per citare i più importanti. Ma c’è da credere che le motivazioni del viaggio interstellare di James Gray non traggano fondamento da ispirazioni coeve, o perlomeno non solo: che ci si occupi di avventura, di polizieschi, di melodrammi o di fantascienza come in questo caso, lo scheletro fondativo del cinema di Gray risiede sempre negli spettri lacunosi dell’animo umano, nei tormenti dei figli che attendono il ricongiungimento con i padri, nell’esplorazione fisica e metafisica dei luoghi dell’alterità e dell’ossessione come percorso prettamente auto-analitico. Una brama di completezza, di ricongiungimento e di pacificazione che necessita di una ricerca incessante e ossessiva (in particolare in questo film e in The Lost City Of Z). Senza venir meno al rispetto delle coordinate riconoscibili del genere di riferimento, la fantascienza, Gray arricchisce la sua poetica di un ulteriore ed emozionante tassello, un’avventura che più tratta del distacco e più diventa intima, che può riecheggiare Conrad o Coppola (e forse anche Malick nell’uso inedito dell’incessante monologo interiore) ma che resta prima di tutto figlia del suo grande autore firmatario.


7. J’Accuse (Roman Polanski)


6. Il Traditore (Marco Bellocchio)


5. Sorry We Missed You (Ken Loach)


4. Portrait De La Jeune Fille En Feu (Céline Sciamma)


3. Parasite (Bong Joon-ho)

2. Once Upon A Time In Hollywood (Quentin Tarantino)


1. Dolor Y Gloria (Pedro Almodóvar)


La carrellata dei migliori film del 2019.

Per me non poteva essere altrimenti. La sensazione è che l’ultimo film di Pedro Almodovar ci abbia riconsegnato il massimo splendore di un autore reduce da un decennio di non grandissima ispirazione. Deve essersi sentito quasi con le spalle al muro Almodovar, quando la necessità (e la si avverte, è quasi fisiologica) di ripartire dal racconto di se stesso ha preso il sopravvento. Non è il primo né sarà l’ultimo a compiere una tale missione di scavo autobiografico, questo è certo, ma conta sempre il come e quanto in profondità si riesce a giungere, e Almodovar si dimostra maestro assoluto nel dare corpo a un enciclopedico compendio di tutto ciò che il suo cinema è stato fin dagli albori. Traendo linfa vitale dalla dimensione intertestuale (continui rimandi a tutta la propria opera) ed extratestuale (la componente privata, la vita vissuta) il corpo stanco e dolorante di Almodovar diventa quello di Antonio Banderas, che diventa quello del cinema stesso, attraverso un continuo riflesso che conduce tale organismo a riacquisire sussistenza nutrendosi di colori sgargianti, di emozioni sopite, di pulsioni primarie e recondite. La dimensione del ricordo diventa il campo di azione di un’intimità e di un’umanità esibite senza filtri. Se Dolor y Gloria è l’ del regista spagnolo, Antonio Banderas non può che esserne l’unico Mastroianni possibile: attore straordinario, indispensabile ente vicario in grado di racchiudere e incanalare tutti gli acciacchi, i risentimenti, le memorie, gli amori e le passioni di un artista altrettanto straordinario.

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