La grande bruttezza: il peggio del 2019

A che serve una sezione di un blog dedicata alle liste e alla classifiche, se poi non si sfrutta il momento più propizio dell’anno per riempirla? Eccoci dunque giunti al tempo dei bilanci, quello in cui si tirano le somme di un’annata densissima di visioni per tutti gli appassionati di cinema. Il primo articolo è dedicato ai film che hanno suscitato in me qualsiasi tipo di reazione negativa: dal disgusto al risentimento, dalla noia al riso involontario, senza farci mancare quella strana domanda che qualsiasi cinefilo, in sala, si è posto più di qualche volta nella vita:”ma esattamente, perché sono qui?”

Criteri di selezione adoperati:
– il film deve essere del 2019;
– il film può essere stato presentato in anteprima in un festival nel 2019 o essere uscito in sala italiana nel 2019 (ma in questo secondo caso, deve comunque essere del 2019);
– sono esclusi, dunque, i film prodotti precedentemente e usciti in sala quest’anno per vicissitudini legate alla distribuzione.
Si è deciso, in questa sede, di privilegiare la bruttezza in senso ampio e di porla in ordine crescente. Nonostante i numeri siano decrescenti per bieche ragioni di suspense, mano a mano che si va avanti nella lista si raggiunge un livello filmico più infimo.

In altre classifiche flop alcuni critici hanno scelto di non inserire film notoriamente insalvabili per “non sparare sulla croce rossa”, puntando così su quei grandi nomi che hanno mancato il bersaglio in maniera inaspettata. Nel compilare questa classifica ho invece agito senza questo tipo di pregiudizio: ne è venuta fuori una flop 20 che vede al suo interno nomi noti e meno noti, accomunati dal discutibile esito dei loro lavori. Un proposito a cui tengo spesso fede, ovvero quello di non andare a vedere quei film usciti in sala che già a naso mi sembrano dei buchi nell’acqua senza se e senza ma (diciamocelo: molti di questi film appartengono al filone della commedia italiana scialacquata odierna), ha fatto sì che la maggior parte di questi titoli siano stati visionati da me all’interno di un contesto festivaliero.

Menzione d’onore #1: La Vérité (Hirokazu Kore’eda)

Dopo aver vinto la Palma D’Oro a Cannes per Shoplifters, Hirokazu Kore’eda arriva alla 76a edizione della Mostra Del Cinema Di Venezia direttamente in ciabatte, presentando in apertura di concorso un film scialbo e pretestuoso che vorrebbe costruire una sorta di monumento alla figura di Catherine Deneuve attraverso una serie di giochini metacinematografici. Peccato che si dimentichi della presenza di pezzi da novanta come Juliette Binoche e Ethan Hawke, tenuti clamorosamente in panchina: la prima subisce le manfrine della diva più anziana e sembra rimpiangere la classe e la parsimonia di Olivier Assayas, il secondo viene ingaggiato per fare la figura dello stolto americano che non capisce una parola di quel che si dice ma si gusta ugualmente il suo calice di vino in tranquillità. Seguendo la deriva meta, è proprio così che mi sono immaginato Hirokazu mentre dirige questo film, probabilmente più interessato agli sviluppi della sua vacanza transalpina che all’effettiva riuscita di questo progetto.

Menzione d’onore #2: Joker (Todd Phillips)

A che Joker stai giocando? Questa è la domanda che bisognerebbe rivolgere a Todd Phillips, il quale fa pubblici proclami e confeziona (mai come in questo caso il verbo pare consono all’utilizzo) un prodotto dalle mille facce, incoerente fin dal concepimento e che tale sconta poi nella realizzazione i suoi dilemmi irrisolti. Joker vuole essere tutto e per essere tutto finisce per essere niente di ché. Un vorrei ma non posso stancante e prevedibile in cui si doveva abbandonare il cinecomic (ma non lo si poteva veramente fare), si doveva abbracciare il cinema d’autore (ma il regista guarda ai modelli di riferimento ricalcandoli da studente volenteroso ma senza talento), si imboccano svolte narrative apparentemente coraggiose (ma tramutandole poi in red herrings fasulli o in frutti dell’immaginazione, perché tanto il pazzo è pazzo e comunque sai che c’è? Facciamo che tutto non si sa, non sia mai che qualcuno si scomodi). Traballa tutto, anche l’etica e la morale, se diversi temi e argomentazioni sono intrisi di superficialità e manicheismo. In tutto ciò, ci sarebbe anche il migliore attore al mondo. E allora lasciamogli totale campo libero, a tutti basterà. Compresi i giurati a Venezia.

20. Us (Jordan Peele)

Pensare che Get Out possa essere stato un caso isolato dispiace assai. Magari no, magari Jordan Peele ritornerà più forte di prima, ma resta il fatto che per me Us è stato uno smacco clamoroso. Se il precedente film inseriva in maniera competente le sue venature politiche all’interno di un contesto di genere in bilico fra il thriller e l’horror (e lo faceva in maniera tutt’altro che risibile), in Us il regista affina la messa in scena ma sacrifica colpevolmente la scrittura, affidando le sue contestazioni a metafore che non lasciano il segno e a colpi di scena che modificano le carte in tavola ma non necessariamente aggiungono un livello di profondità alla storia raccontata. Più che altro (e forse a monte di ogni altra critica), Peele dà la sensazione di non saper maneggiare al meglio la grammatica dell’orrore e della suspense e di non esserne nemmeno tanto interessato, cannando la gestione dei tempi (inutilmente dilatati nell’attesa di un qualcosa), e causando così una drammatica perdita di interesse nello spettatore. Le scene interessanti non mancano e l’uso della colonna sonora è molto riuscito, tuttavia il film lascia trasparire anche una certa confusione quando a tratti lascia spazio persino ad un registro comico (o perlomeno satirico) che sappiamo essere nelle corde del regista ma che qui appare fuori contesto, per quanto ci siano degni epigoni in tal senso (vedasi ad esempio il Craven di The People Under The Stairs, più capace nell’effettuare simili operazioni).

19. Roubaix, Une Lumière (Arnaud Desplechin)

Presentato all’interno di quello a occhio potrebbe essere il migliore concorso festivaliero di sempre, quello di Cannes72, l’ultimo film di Arnaud Desplechin risulta essere di sicuro uno dei meno convincenti della selezione. Non metto in dubbio che un approccio criticamente più consapevole nei riguardi di questo autore avrebbe aiutato a districarsi all’interno di in un’operazione abbastanza oscura negli intenti e che, a distanza di mesi, ha lasciato in chi scrive tanti (ma taaanti) sbadigli e diversi interrogativi, i quali poi non sono mai veramente tali se ne generano quello direttamente consequenziale volgarmente denominato esticazzi. E dire che, in generale, tutti i film che amano servirsi di crimini e indagini ma che poi sotto sotto ti stanno parlando di altro sono quasi sempre intriganti. Questa volta invece, complici gli interrogatori volutamente estenuanti e privi di confessioni, il tracollo spettatoriale è dietro l’angolo e neanche una Lea Seudoux sgherra e bolsa può impedirlo.

18. The Good Liar (Bill Condon)

“La prima volta che Ian McKellen ed Helen Mirren recitano nello stesso film”. E sono sempre loro, gli stessi grandissimi attori di sempre, capaci di donare classe e fascino a questo nuovo film di Bill Condon come fossero un profumo da mettere addosso prima di un appuntamento. Un rivestimento, quello attoriale, il quale una volta svanito rivela tutta la pochezza di fondo della persona a cui abbiamo concesso di trascorrere una serata insieme. The Good Liar per un po’ piace, intriga e mette su un’impalcatura credibile di cui attendiamo di conoscere i retroscena. Il montaggio avvolgente non dà la minima occasione alla noia di sopraggiungere, eppure il sospetto che il film sia un pacco è lì che brama nell’attesa di comparire. E puntualmente lo fa, dopo la metà, quando il film scopre tutti gli altarini in una maniera tale che la richiesta di una così abnorme sospensione dell’incredulità quasi offende l’intelligenza di quello spettatore che aveva creduto che la posta in palio fosse decisamente più alta. Futili giochi di prestigio.

17. Military Wives (Peter Cattaneo)

Il regista di Full Monty ritorna con un film da menopausa, pensato per tutti coloro che amano stare di fronte alla tv la domenica pomeriggio sui canali generalisti. La storia è quella di un coro formato da mogli di militari costrette a fare gruppo per sostenersi a vicenda in attesa (o nella speranza) che i mariti tornino incolumi dalle loro missioni. Fra invidie, screzi e riconciliazioni che presuppongono una vicendevole empatia di fondo, due mogli leader guidano il loro team di coriste improvvisate in vista dell’esibizione finale. La struttura è quella del film sportivo, a tappe di avvicinamento, dove si avvicendano momenti comici ad altri drammatici. Mentre l’unione fa la forza, l’immaginario cinematografico femminile fa cento grossolani passi indietro.

16. La Scomparsa Di Mia Madre (Beniamino Barrese)

Beniamino Barrese prende una decisione molto rischiosa per il suo primo lungometraggio, forse la più rischiosa che si possa pensare. Decide di girare un film sull’uscita di scena di sua madre, Benedetta Barzini. Dapprima modella iconica negli anni ’60, musa di artisti del calibro di Andy Warhol e Salvador Dalì, la Barzini diventa successivamente giornalista e figura di spicco del movimento di emancipazione femminile. Giunta a 75 anni, Barzini decide che l’unico modo per sfuggire a quell’occhio sociale che osserva e racchiude, che scruta, definisce e incasella tutto e tutti (in primis le donne) all’interno di categorie precostituite, è scomparire, porre fine in maniera radicale all’assoggettazione subita dal potere delle immagini. Un personaggio potentissimo verso il quale impariamo a nutrire, nel corso di questa docu-fiction, un profondo rispetto. Girando un film sulla sua reticente madre, Barrese dimostra di non possedere tale dote, perpetrando invece, ancora una volta e dolorosamente, il medesimo sopruso che la protagonista sta cercando di evidenziare e dal quale cerca di sfuggire. A nulla valgono i ripetuti dinieghi di Benedetta: è impossibile sottrarsi alla violenza della cinepresa, a maggior ragione se governata dalla morbosità di un figlio irresponsabile.

15. The Operative (Yuval Adler)

Fuori concorso alla 69a edizione della Berlinale, questo film va a inserirsi nel composito contesto festivaliero teutonico per rispettare la consueta quota israelita. A essere consueta, ormai, è anche l’inadeguatezza di Diane Kruger a qualsiasi ruolo da protagonista. Anche Martin Freeman appare spaesato in questo thriller spionistico presunto, totalmente insipido, che si barcamena nella classica concatenazione di operazioni sotto copertura e di false identità con stanco manierismo. Dovendone scrivere a diversi mesi di distanza, si fa fatica a ricordarsi di qualsiasi cosa di questo film che non meriti l’appellativo di dimenticabile.

14. Velvet Buzzsaw (Dan Gilroy)

Con sommo dispiacere tocca prendere atto di un flop fra i più dolorosi presenti in questa classifica. Davvero questo film è diretto dallo stesso regista di Nightcrawler? Ho dovuto ripetermi numerose volte questo interrogativo, data l’incredulità. Uscito direttamente sul catalogo di Netflix, Velvet Buzzsaw vorrebbe mostrarsi come poliedrico e multiforme nel suo intraprendere la strada orrorifica come (in)naturale evoluzione punitiva nei confronti della galleria di squallidi personaggi legati all’elite dell’arte contemporanea presentati nella noiosissima prima parte. Nel fare ciò, invece, risulta invece vanamente bislacco e spuntato, creativo nella messa in scena degli omicidi (questo sì), ma per nulla ispirato sia nell’intento di critica sociale che in quello di intrattenimento e di investimento emotivo (quest’ultimo annullato dal disinteresse verso tutti i personaggi). Jake Gyllenhaal si fida di chi gli ha dato il ruolo migliore in carriera e sbaglia perché, di converso, questo potrebbe essere il peggiore.

13. Serenity (Steven Knight)

Bisogna ammetterlo, a vedere Serenity ci si diverte tantissimo. Il problema è che lo si fa per tutti i motivi sbagliati. Come se non bastasse la delusione dataci da Dan Gilroy, ci si mette anche Steven Knight (sceneggiatore di Eastern Promises di David Cronenberg, showrunner di Peaky Blinders!) a proporre soggetti e script che poi qualche produttore folle decide di approvare. Ci si mettono anche gli agenti di Matthew McConaughey e di Anne Hathaway a proporre il progetto a due premi Oscar e poi questi premi Oscar, per qualche strana ragione, accettano. Il film viene girato, montato ed infine esce nella quasi totale indifferenza per via una magra (o forse consapevole) campagna pubblicitaria senza che nessuno si accorga prima che fa acqua da tutte le parti. La Hathaway bionda è la femme fatale meno credibile della storia dei noir, Jason Clarke fa Jason Clarke (ovvero l’odioso energumeno di cui desideriamo la morte filmica), McConaughey ci crede tantissimo (e fa tanta tenerezza) ma il materiale lo costringe a pescare tonni, a mostrare il deretano e a inveire con insistenza verso il creatore per svariate ridicole volte. Il fatto che poi questo creatore potrebbe non essere esattamente Dio è terreno di spoiler e non è mia intenzione rovinarvi lo spettacolo. Il fatto che ci si diverta involontariamente giustifica la posizione così bassa in classifica.

12. Fête De Famille (Cedric Kahn)

Avrà dovuto girarlo per forza questo film, Cedric Kahn? Sarà stato costretto da qualche eminenza grigia superiore? Il regista francese è evidentemente a disagio con i toni e i registri propri della commedia che molti suoi colleghi connazionali padroneggiano con maestria e non riesce a far nulla per nasconderlo. Il film arriva nella selezione ufficiale della Festa Del Cinema ma in pochi se ne accorgono. In cerca di giustificazioni, Kahn prova a conferire alla storia dell’ennesima famiglia disunita un briciolo di complessità con la stramba linea narrativa metafilmica affidata al personaggio di Vincent Macaigne, ma neanche quest’attore (di solito certezza assoluta all’interno di questa tipologia di film) riesce a donare il benché minimo carattere alla pellicola, la quale si inceppa ripetutamente prima di arrendersi ai deliri programmatici dei personaggi.

11. Honey Boy (Alma Har’el)

Ancora Festa Del Cinema di Roma, questa volta per parlare di questo fiacchissimo film la cui unica funzione è quella di provare a esorcizzare i demoni interiori di Shia Leboeuf. Non c’è nessun altro fine artistico. L’ex giovane speranza hollywoodiana, si può esserne certi, sarà stato al corrente dell’esistenza di professionisti riconosciuti nell’ambito della terapia psicanalitica, tuttavia deve essersi detto che no, serviva qualcosa di più forte per guarire: serviva il cinema. Mentre è in rehab, scrive una sceneggiatura basata sul rapporto tossico che fin dall’infanzia lo lega a suo padre (suo manager ma pericolante ex-alcolista) e assolda la regista Alma Har’el per dirigerla. Lucas Hedges e il piccolo Noah Jupe interpretano lui, lui interpreta… suo padre. E niente, pur col massimo rispetto della vita, dei traumi e del dolore di tutti, fa già ridere così. Ma più avanti in classifica troverete di peggio.

10. The Kindness Of Strangers (Lone Scherfig)

La maledizione delle aperture dei Festival del 2019: l’innocuo Kore’eda a Venezia, un discreto ma non eccezionale Jarmusch a Cannes (ben lontano tuttavia dall’essere materiale di una flop), Ginevra Elkann a Locarno. Chiude il cerchio, con grande imbarazzo, questo polpettone pseudo-natalizio di Lone Scherfig. Grande donna, Lone, caratterizzata dall’imperitura coerenza nel praticare un mestiere che proprio non sembra calzarle a pennello. I suoi An Education e One Day mi avevano già privato di molta linfa vitale, The Kindness Of Strangers prosegue questo meticoloso lavoro di logorio presentando un film pietista, bonario e orchestrato su un “porgi l’altra guancia” stantio che sa tanto di Bacio Perugina. A comporre un improvvisato ensemble, una Zoe Kazan più insopportabile del solito, un Tahar Rahim meno profetico del solito, un Bill Nighy che forse credeva fosse Love Actually 2. Last but not least, bambini che rischiano di morire assiderati, rimanendo chiusi fuori mentre è in corso una gran nevicata.

9. Pelikanblut (Katrin Gebbe)

Nina Hoss mamma coraggio che resiste a qualsiasi stregoneria messa a punto dalla figlia adottiva, peraltro accolta con tanto amore e dedizione. É in questo modo che si ringrazia una mamma? Dando fuoco a tutto quel che capita e urlando e strepitando a tal punto dal rendere le orecchie di ogni spettatore della Sala Darsena mal funzionanti? A confronto di questa malefica ottenne, il bimbo di The Babadook potrebbe persino risultare simpatico. Dai commoventi melò storici e calligrafici di Christian Petzold a questa robaccia insopportabile è un attimo, cara Nina.

8. Raf (Harry Cepka)

Qui ci spostiamo in terreni forse più scusabili, quelli dei registi giovani, delle opere prime, del Torino Film Festival che prova comunque a dare spazio a film che quasi sempre hanno dalla loro, anche con esiti alterni, quantomeno un’idea e un’inventiva che li fa ricordare. Non è purtroppo il caso di questo Raf, diretto da Henry Cepka e presentato nel debole concorso del 2019. La protagonista Grace Glowicki sembra possedere qualcosa, un certo magnetismo su cui poter lavorare e che le consentirà di far meglio in futuro. Per il resto, questo drammino indie non ha veramente né capo né coda ma cerca costantemente di darsi una connotazione artsy in mancanza di una storia degna di tale nome. Quando incontra la sua complice e compagna di avventure, in Raf si accende una miccia e ai suoi occhi la sua vita sembra prendere una direzione; nel frattempo, è il film a non andare da nessunissima parte. Rischio abbiocco garantito.

7. Wounds (Babak Anwari)

Armie Hammer e Dakota Johnson, entrambi pupilli di Luca Guadagnino, condividono l’avventatezza nel volersi affidare a Babak Anwari (Under The Shadow) per aggiungere un capitolo horror alla loro filmografia (Dakota ci aveva già provato con Suspiria e proprio con Guadagnino, anche lì con risultati discutibili ma indubbiamente di un altro pianeta rispetto a questo). Qui bisogna armarsi di tanta (e santa) pazienza, perché davvero si rischia di rimanere di sasso nel rendersi testimoni di quanto Anwari riesca a procrastinare qualsiasi tipo di avvenimento che abbia a che fare con lo spavento e con l’orrore. Un build-up perenne che affossa qualsiasi aspettativa che esso stesso avrebbe dovuto generare, insieme a qualche spunto messo qua e là e poi lasciato marcire, sotterrato da tanta stupidità e tanta tragicommedia.

6. Magari (Ginevra Elkann)

Presentato in apertura del Locarno Film Festival e poi di riciclo al Torino Film Festival, questa pellicola appare in questa sede in rappresentanza della nutrita schiera di film italiani di quest’anno che tanto avrebbero voluto essere visti per essere odiati e a cui non ho voluto dare tale soddisfazione, preferendo salvaguardare sia le tasche che i nervi. Non è stato il caso di Magari, visto peraltro per sbaglio al TFF37. Nonostante un discreto trattamento ricevuto dai critici italiani, anche dopo alcune letture non riesco a capire come questo film abbia potuto aprire un Festival così rigoroso e dalla forte identità autoriale come quello di Locarno. Sospeso com’è fra i toni della commedia e del dramma filtrati dagli occhi di bambini che vorrebbero ritrovare l’unione famigliare, questo film mi è sembrato essere, in effetti, la patria dello scult. Si ha la sensazione di assistere ad un capriccio dagli echi autobiografici di Ginevra Elkann in cui ogni elemento punta a far venire il latte alle ginocchia. La regista si arma poi di due strumenti gettonati per legittimare la propria opera, Alba Rohrwacher e Riccardo Scamarcio, i quali forse non aspettavano altro che girare l’ennesimo film annuale per battere insieme ogni record di presenza: se la prima timbra più che altro il cartellino, Scamarcio dà il massimo rasentando il livello zero di credibilità nei panni di un padre fuori contesto e alle prese con figli di nome Alma, Seb e Jean, bimbi snob che parlano francese per via del diverso retroterra dato loro dalla madre canadese. Fra risate involontarie, cani di nome Tenco e urine potabili (…), si respira tanta nostalgia costruita.

5. The Fanatic (Fred Durst)

Bisogna essere sinceri e dirlo da subito: questo film è un disastro totale e forse meriterebbe di essere al primo posto della classifica. Dalla sua parte ha, tuttavia, qualche merito: dei bei titoli di testa, una durata molto limitata, scorre che è una meraviglia, a differenza dei titoli che seguiranno non arreca fastidio o orticarie, tutto sommato John Travolta si impegna a tal punto che il suo personaggio un briciolo di suggestione ed empatia riesce a suscitarlo, anche se vederlo ridotto a prendere parte a questa immondizia fa un male cane. Del resto stiamo parlando di un film girato dal cantante dei Limp Bizkit, che pensa bene di girare una scena in cui un tipo ascolta in macchina i Limp Bizkit ed esprime nostalgia verso i tempi in cui in classifica c’erano i Limp Bizkit. Ce lo si immagina Fred Durst, mentre pensa di aver avuto un’idea geniale nell’ideare questo soggetto che vede un fan ossessivo tramutarsi in stalker rapitore una volta che il contatto ravvicinato col suo idolo causi il crollo del suo castello di carte. Nessuno gli avrà fatto notare l’esistenza non dico di King Of Comedy, ma quanto meno di The Fan. Tutto risulta essere tratteggiato grossolanamente e con tendenza al ridicolo, inserti animati e critica alla pervasività dei social e della società dell’apparenza compresi.

4. No.7 Cherry Lane (Yonfan)

Assolutamente indefinibile. Ho pensato a lungo se fosse o meno il caso di inserire il capolavoro di Yonfan in questa lista, dato il carattere del tutto anomalo di questa scheggia impazzita capitata chissà come all’interno della selezione ufficiale di Venezia76. Quando si hanno in memoria onirismi che consistono in gatti che leccano capezzoli, orge di gatti, serpenti che limonano, inserti musicali ad minkiam, personaggi che dicono di leggere la Recherche così, a tempo perduto (mi si perdoni l’infelice freddura…), non si può far altro che sospendere il giudizio e comprendere che forse si è in errore. Forse bisognerebbe guardarsi allo specchio e capire che fino a che non si è guardato questo film di Yonfan non si è capito davvero nulla di cinema (e del resto vi sono diversi critici ed accademici che hanno ritenuto che questo folle viaggio cinese contenesse al suo interno delle coordinate interpretative percorribili). Il film è dunque qui presente con un misero quarto posto che non può rendergli onore e attestarne la capacità di sconvolgimento, ne sono consapevole: è qui più che altro come riconoscimento di un valore, qualsiasi esso sia, e come #1 spirituale.

3. Rewind (Sasha Neulinger)

Per La Scomparsa Di Mia Madre si è parlato, in sostanza, di bassa o inesistente etica documentaristica e di mancanza di rispetto nei confronti dei soggetti rappresentati. Per Honey Boy si è parlato, sommariamente, di un capriccio di Shia Leboeuf e di un cinema di finzione fatto esclusivamente per sé stessi, a fini niente più che terapeutici. Ecco, immaginate di dover fondere questi due bassissimi approcci alla materia cinematografica e otterrete questo documentario autobiografico dell’esordiente Sasha Neulinger. Vittima di abusi in tenera età, il protagonista tenta di salire sulla giostra dei ricordi (ovviamente orribili) per tirare fuori gli scheletri dall’armadio, elaborare i propri traumi interiori e riappropriarsi della propria vita. Per far ciò, 1) rimette letteralmente in scena gli squallidi episodi che lo hanno reso una vittima innocente intervistando tutti i familiari che per cecità o negligenza non sono intervenuti, 2) imposta addirittura una trama giallistica in stile whodunit per celare e poi rivelare l’identità del molestatore, 3) chiude inserendo il link della propria associazione di sostegno alle vittime di abusi. Cinematograficamente aberrante.

2. Der Goldene Handschuh (Fatih Akin)

A un soffio dall’ambito primo posto, l’ex regista prodigio del cinema tedesco. Pupillo di Dieter Kosslick e presenza fissa alla Berlinale, Fatih Akin sembra vivere ancora di rendita dai tempi dell’Orso D’Oro di Gegen die Wand, eppure nel frattempo sono passati ben 15 anni. Dopo altri dimenticabili episodi, la filmografia di Akin si arricchisce di un altro capitolo discutibile: Der Goldene Handschuh è un film che ha per protagonista un noto serial killer tedesco, Fritz Honka, colpevole di 4 efferati omicidi di donne compiuti fra il 1970 e 1975. Dalla prima inquadratura all’ultima, non sembra esserci altro intento da parte di Akin se non quello di disgustare profondamente lo spettatore e fargli raggiungere quel livello di familiarità e dimestichezza con tutto il lerciume, la zozzeria e la putrefazione possibile da far sì che le gesta di Honka vengano non glorificate (si rischia di commettere questo errore interpretativo), ma che al contrario se ne possa ridere, quasi per paradosso, a causa del ritratto di zotico sudicio e barbaro, reietto fra i reietti, che il film dipinge. Umanizzare il mostro smitizzandolo. In tal senso, la scelta del titolo che deriva dal nome del bar, polo di approdo di Honka, dei suoi adescamenti e di tutti gli altri personaggi, ultimi della società come lui, è significativa nei riguardi del discorso che si vuol fare e di come esso si estenda non solo alla figura del protagonista ma anche all’intero tessuto sociale di quella buia decade tedesca. In soldoni, un film sulla banalità del male e su come questo male non sia un cancro estirpabile o esterno al contesto sociale ma sia da esso generato e nascosto nei bassifondi. Si potrebbe quasi concedere ad Akin che la forma prescelta, compiaciuta e sfrontatamente di cattivo gusto su tutti i fronti del comparto estetico e stilistico, possa essere coerente per rendere totale e coerente il suo sguardo. Quello che forse bisogna chiedersi è se questo sguardo, questo tipo di proposta rivolta a questi soggetti e tematiche, possa donare un qualche tipo di arricchimento o fungere solo da valvola anestetizzante.

1. The Painted Bird (Václav Marhoul)

Giunti alla fine di questa lunga marcia, ci si trova di fronte all’inevitabile prescelto. Dopo anni e anni di gestazione, il regista ceco Václav Marhoul porta a termine la sua missione e completa l’adattamento dell’omonimo e già controverso romanzo di Jerzy Kosiński, ambientato durante il secondo conflitto mondiale e che vede per protagonista un bambino affidato dai genitori ad una zia che vive in una zona rurale dell’Est Europa, questo per far sì che possa sfuggire alle persecuzioni naziste. Quello che il povero bimbo non può neanche lontanamente immaginare è cosa effettivamente lo attenderà in quel territorio una volta morta la sua tutrice. Si tratta in effetti di ben 169 minuti di torture fisiche e psicologiche che travalicano di gran lunga il limite del becero sadismo, il tutto condito da un sontuoso bianco e nero che dovrebbe rendere il tutto più alto, più di classe, più autoriale. A voler elencare tutti i livelli di brutalità a cui è sottoposto il piccolo e incolpevole protagonista si supererebbe con ogni probabilità la dozzina di singoli episodi. Per rendere l’idea, basti solo pensare al fatto che durante l’anteprima stampa veneziana fra i presenti sembrava essere in corso una specie di tacita sfida di resistenza e di settaggio di un proprio personale limite di sopportazione: si va via dopo i pestaggi? Dopo le aggressioni? Dopo degli occhi cavati? Dopo degli stupri? Il film, dopo essere stato selezionato per il concorso di Venezia76, rischia di finire in cinquina finale per l’Oscar al Miglior Film in Lingua Straniera per merito di quei sadiconi dell’Academy. Potremmo vederne delle belle.

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