La grande bruttezza: il peggio del 2019

A che serve una sezione di un blog dedicata alle liste e alla classifiche, se poi non si sfrutta il momento più propizio dell’anno per riempirla? Eccoci dunque giunti al tempo dei bilanci, quello in cui si tirano le somme di un’annata densissima di visioni per tutti gli appassionati di cinema. Il primo articolo è dedicato ai film che hanno suscitato in me qualsiasi tipo di reazione negativa: dal disgusto al risentimento, dalla noia al riso involontario, senza farci mancare quella strana domanda che qualsiasi cinefilo, in sala, si è posto più di qualche volta nella vita:”ma esattamente, perché sono qui?”

Criteri di selezione adoperati:
– il film deve essere del 2019;
– il film può essere stato presentato in anteprima in un festival nel 2019 o essere uscito in sala italiana nel 2019 (ma in questo secondo caso, deve comunque essere del 2019);
– sono esclusi, dunque, i film prodotti precedentemente e usciti in sala quest’anno per vicissitudini legate alla distribuzione.
Si è deciso, in questa sede, di privilegiare la bruttezza in senso ampio e di porla in ordine crescente. Nonostante i numeri siano decrescenti per bieche ragioni di suspense, mano a mano che si va avanti nella lista si raggiunge un livello filmico più infimo.

In altre classifiche flop alcuni critici hanno scelto di non inserire film notoriamente insalvabili per “non sparare sulla croce rossa”, puntando così su quei grandi nomi che hanno mancato il bersaglio in maniera inaspettata. Nel compilare questa classifica ho invece agito senza questo tipo di pregiudizio: ne è venuta fuori una flop 20 che vede al suo interno nomi noti e meno noti, accomunati dal discutibile esito dei loro lavori. Un proposito a cui tengo spesso fede, ovvero quello di non andare a vedere quei film usciti in sala che già a naso mi sembrano dei buchi nell’acqua senza se e senza ma (diciamocelo: molti di questi film appartengono al filone della commedia italiana scialacquata odierna), ha fatto sì che la maggior parte di questi titoli siano stati visionati da me all’interno di un contesto festivaliero.


Menzione d’onore #1: La Vérité (Hirokazu Kore’eda)

Dopo aver vinto la Palma D’Oro a Cannes per Shoplifters, Hirokazu Kore’eda arriva alla 76a edizione della Mostra Del Cinema Di Venezia direttamente in ciabatte, presentando in apertura di concorso un film scialbo e pretestuoso che vorrebbe costruire una sorta di monumento alla figura di Catherine Deneuve attraverso una serie di giochini metacinematografici. Peccato che si dimentichi della presenza di pezzi da novanta come Juliette Binoche e Ethan Hawke, tenuti clamorosamente in panchina: la prima subisce le manfrine della diva più anziana e sembra rimpiangere la classe e la parsimonia di Olivier Assayas, il secondo viene ingaggiato per fare la figura dello stolto americano che non capisce una parola di quel che si dice ma si gusta ugualmente il suo calice di vino in tranquillità. Seguendo la deriva meta, è proprio così che mi sono immaginato Hirokazu mentre dirige questo film, probabilmente più interessato agli sviluppi della sua vacanza transalpina che all’effettiva riuscita di questo progetto.


Menzione d’onore #2: Joker (Todd Phillips)

A che Joker stai giocando? Questa è la domanda che bisognerebbe rivolgere a Todd Phillips, il quale fa pubblici proclami e confeziona (mai come in questo caso il verbo pare consono all’utilizzo) un prodotto dalle mille facce, incoerente fin dal concepimento e che tale sconta poi nella realizzazione i suoi dilemmi irrisolti. Joker vuole essere tutto e per essere tutto finisce per essere niente di ché. Un vorrei ma non posso stancante e prevedibile in cui si doveva abbandonare il cinecomic (ma non lo si poteva veramente fare), si doveva abbracciare il cinema d’autore (ma il regista guarda ai modelli di riferimento ricalcandoli da studente volenteroso ma senza talento), si imboccano svolte narrative apparentemente coraggiose (ma tramutandole poi in red herrings fasulli o in frutti dell’immaginazione, perché tanto il pazzo è pazzo e comunque sai che c’è? Facciamo che tutto non si sa, non sia mai che qualcuno si scomodi). Traballa tutto, anche l’etica e la morale, se diversi temi e argomentazioni sono intrisi di superficialità e manicheismo. In tutto ciò, ci sarebbe anche il migliore attore al mondo. E allora lasciamogli totale campo libero, a tutti basterà. Compresi i giurati a Venezia.


20. Us (Jordan Peele)

Pensare che Get Out possa essere stato un caso isolato dispiace assai. Magari no, magari Jordan Peele ritornerà più forte di prima, ma resta il fatto che per me Us è stato uno smacco clamoroso. Se il precedente film inseriva in maniera competente le sue venature politiche all’interno di un contesto di genere in bilico fra il thriller e l’horror (e lo faceva in maniera tutt’altro che risibile), in Us il regista affina la messa in scena ma sacrifica colpevolmente la scrittura, affidando le sue contestazioni a metafore che non lasciano il segno e a colpi di scena che modificano le carte in tavola ma non necessariamente aggiungono un livello di profondità alla storia raccontata. Più che altro (e forse a monte di ogni altra critica), Peele dà la sensazione di non saper maneggiare al meglio la grammatica dell’orrore e della suspense e di non esserne nemmeno tanto interessato, cannando la gestione dei tempi (inutilmente dilatati nell’attesa di un qualcosa), e causando così una drammatica perdita di interesse nello spettatore. Le scene interessanti non mancano e l’uso della colonna sonora è molto riuscito, tuttavia il film lascia trasparire anche una certa confusione quando a tratti lascia spazio persino ad un registro comico (o perlomeno satirico) che sappiamo essere nelle corde del regista ma che qui appare fuori contesto, per quanto ci siano degni epigoni in tal senso (vedasi ad esempio il Craven di The People Under The Stairs, più capace nell’effettuare simili operazioni).


19. Roubaix, Une Lumière (Arnaud Desplechin)

Presentato all’interno di quello a occhio potrebbe essere il migliore concorso festivaliero di sempre, quello di Cannes72, l’ultimo film di Arnaud Desplechin risulta essere di sicuro uno dei meno convincenti della selezione. Non metto in dubbio che un approccio criticamente più consapevole nei riguardi di questo autore avrebbe aiutato a districarsi all’interno di in un’operazione abbastanza oscura negli intenti e che, a distanza di mesi, ha lasciato in chi scrive tanti (ma taaanti) sbadigli e diversi interrogativi, i quali poi non sono mai veramente tali se ne generano quello direttamente consequenziale volgarmente denominato esticazzi. E dire che, in generale, tutti i film che amano servirsi di crimini e indagini ma che poi sotto sotto ti stanno parlando di altro sono quasi sempre intriganti. Questa volta invece, complici gli interrogatori volutamente estenuanti e privi di confessioni, il tracollo spettatoriale è dietro l’angolo e neanche una Lea Seudoux sgherra e bolsa può impedirlo.


18. The Good Liar (Bill Condon)

“La prima volta che Ian McKellen ed Helen Mirren recitano nello stesso film”. E sono sempre loro, gli stessi grandissimi attori di sempre, capaci di donare classe e fascino a questo nuovo film di Bill Condon come fossero un profumo da mettere addosso prima di un appuntamento. Un rivestimento, quello attoriale, il quale una volta svanito rivela tutta la pochezza di fondo della persona a cui abbiamo concesso di trascorrere una serata insieme. The Good Liar per un po’ piace, intriga e mette su un’impalcatura credibile di cui attendiamo di conoscere i retroscena. Il montaggio avvolgente non dà la minima occasione alla noia di sopraggiungere, eppure il sospetto che il film sia un pacco è lì che brama nell’attesa di comparire. E puntualmente lo fa, dopo la metà, quando il film scopre tutti gli altarini in una maniera tale che la richiesta di una così abnorme sospensione dell’incredulità quasi offende l’intelligenza di quello spettatore che aveva creduto che la posta in palio fosse decisamente più alta. Futili giochi di prestigio.


17. Military Wives (Peter Cattaneo)

Il regista di Full Monty ritorna con un film da menopausa, pensato per tutti coloro che amano stare di fronte alla tv la domenica pomeriggio sui canali generalisti. La storia è quella di un coro formato da mogli di militari costrette a fare gruppo per sostenersi a vicenda in attesa (o nella speranza) che i mariti tornino incolumi dalle loro missioni. Fra invidie, screzi e riconciliazioni che presuppongono una vicendevole empatia di fondo, due mogli leader guidano il loro team di coriste improvvisate in vista dell’esibizione finale. La struttura è quella del film sportivo, a tappe di avvicinamento, dove si avvicendano momenti comici ad altri drammatici. Mentre l’unione fa la forza, l’immaginario cinematografico femminile fa cento grossolani passi indietro.


16. La Scomparsa Di Mia Madre (Beniamino Barrese)

Beniamino Barrese prende una decisione molto rischiosa per il suo primo lungometraggio, forse la più rischiosa che si possa pensare. Decide di girare un film sull’uscita di scena di sua madre, Benedetta Barzini. Dapprima modella iconica negli anni ’60, musa di artisti del calibro di Andy Warhol e Salvador Dalì, la Barzini diventa successivamente giornalista e figura di spicco del movimento di emancipazione femminile. Giunta a 75 anni, Barzini decide che l’unico modo per sfuggire a quell’occhio sociale che osserva e racchiude, che scruta, definisce e incasella tutto e tutti (in primis le donne) all’interno di categorie precostituite, è scomparire, porre fine in maniera radicale all’assoggettazione subita dal potere delle immagini. Un personaggio potentissimo verso il quale impariamo a nutrire, nel corso di questa docu-fiction, un profondo rispetto. Girando un film sulla sua reticente madre, Barrese dimostra di non possedere tale dote, perpetrando invece, ancora una volta e dolorosamente, il medesimo sopruso che la protagonista sta cercando di evidenziare e dal quale cerca di sfuggire. A nulla valgono i ripetuti dinieghi di Benedetta: è impossibile sottrarsi alla violenza della cinepresa, a maggior ragione se governata dalla morbosità di un figlio irresponsabile.


15. The Operative (Yuval Adler)

Fuori concorso alla 69a edizione della Berlinale, questo film va a inserirsi nel composito contesto festivaliero teutonico per rispettare la consueta quota israelita. A essere consueta, ormai, è anche l’inadeguatezza di Diane Kruger a qualsiasi ruolo da protagonista. Anche Martin Freeman appare spaesato in questo thriller spionistico presunto, totalmente insipido, che si barcamena nella classica concatenazione di operazioni sotto copertura e di false identità con stanco manierismo. Dovendone scrivere a diversi mesi di distanza, si fa fatica a ricordarsi di qualsiasi cosa di questo film che non meriti l’appellativo di dimenticabile.


14. Velvet Buzzsaw (Dan Gilroy)

Con sommo dispiacere tocca prendere atto di un flop fra i più dolorosi presenti in questa classifica. Davvero questo film è diretto dallo stesso regista di Nightcrawler? Ho dovuto ripetermi numerose volte questo interrogativo, data l’incredulità. Uscito direttamente sul catalogo di Netflix, Velvet Buzzsaw vorrebbe mostrarsi come poliedrico e multiforme nel suo intraprendere la strada orrorifica come (in)naturale evoluzione punitiva nei confronti della galleria di squallidi personaggi legati all’elite dell’arte contemporanea presentati nella noiosissima prima parte. Nel fare ciò, invece, risulta invece vanamente bislacco e spuntato, creativo nella messa in scena degli omicidi (questo sì), ma per nulla ispirato sia nell’intento di critica sociale che in quello di intrattenimento e di investimento emotivo (quest’ultimo annullato dal disinteresse verso tutti i personaggi). Jake Gyllenhaal si fida di chi gli ha dato il ruolo migliore in carriera e sbaglia perché, di converso, questo potrebbe essere il peggiore.


13. Serenity (Steven Knight)

Bisogna ammetterlo, a vedere Serenity ci si diverte tantissimo. Il problema è che lo si fa per tutti i motivi sbagliati. Come se non bastasse la delusione dataci da Dan Gilroy, ci si mette anche Steven Knight (sceneggiatore di Eastern Promises di David Cronenberg, showrunner di Peaky Blinders!) a proporre soggetti e script che poi qualche produttore folle decide di approvare. Ci si mettono anche gli agenti di Matthew McConaughey e di Anne Hathaway a proporre il progetto a due premi Oscar e poi questi premi Oscar, per qualche strana ragione, accettano. Il film viene girato, montato ed infine esce nella quasi totale indifferenza per via una magra (o forse consapevole) campagna pubblicitaria senza che nessuno si accorga prima che fa acqua da tutte le parti. La Hathaway bionda è la femme fatale meno credibile della storia dei noir, Jason Clarke fa Jason Clarke (ovvero l’odioso energumeno di cui desideriamo la morte filmica), McConaughey ci crede tantissimo (e fa tanta tenerezza) ma il materiale lo costringe a pescare tonni, a mostrare il deretano e a inveire con insistenza verso il creatore per svariate ridicole volte. Il fatto che poi questo creatore potrebbe non essere esattamente Dio è terreno di spoiler e non è mia intenzione rovinarvi lo spettacolo. Il fatto che ci si diverta involontariamente giustifica la posizione così bassa in classifica.


12. Fête De Famille (Cedric Kahn)

Avrà dovuto girarlo per forza questo film, Cedric Kahn? Sarà stato costretto da qualche eminenza grigia superiore? Il regista francese è evidentemente a disagio con i toni e i registri propri della commedia che molti suoi colleghi connazionali padroneggiano con maestria e non riesce a far nulla per nasconderlo. Il film arriva nella selezione ufficiale della Festa Del Cinema ma in pochi se ne accorgono. In cerca di giustificazioni, Kahn prova a conferire alla storia dell’ennesima famiglia disunita un briciolo di complessità con la stramba linea narrativa metafilmica affidata al personaggio di Vincent Macaigne, ma neanche quest’attore (di solito certezza assoluta all’interno di questa tipologia di film) riesce a donare il benché minimo carattere alla pellicola, la quale si inceppa ripetutamente prima di arrendersi ai deliri programmatici dei personaggi.


11. Honey Boy (Alma Har’el)

Ancora Festa Del Cinema di Roma, questa volta per parlare di questo fiacchissimo film la cui unica funzione è quella di provare a esorcizzare i demoni interiori di Shia Leboeuf. Non c’è nessun altro fine artistico. L’ex giovane speranza hollywoodiana, si può esserne certi, sarà stato al corrente dell’esistenza di professionisti riconosciuti nell’ambito della terapia psicanalitica, tuttavia deve essersi detto che no, serviva qualcosa di più forte per guarire: serviva il cinema. Mentre è in rehab, scrive una sceneggiatura basata sul rapporto tossico che fin dall’infanzia lo lega a suo padre (suo manager ma pericolante ex-alcolista) e assolda la regista Alma Har’el per dirigerla. Lucas Hedges e il piccolo Noah Jupe interpretano lui, lui interpreta… suo padre. E niente, pur col massimo rispetto della vita, dei traumi e del dolore di tutti, fa già ridere così. Ma più avanti in classifica troverete di peggio.


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