La grande bruttezza: il peggio del 2019

10. The Kindness Of Strangers (Lone Scherfig)

La maledizione delle aperture dei Festival del 2019: l’innocuo Kore’eda a Venezia, un discreto ma non eccezionale Jarmusch a Cannes (ben lontano tuttavia dall’essere materiale di una flop), Ginevra Elkann a Locarno. Chiude il cerchio, con grande imbarazzo, questo polpettone pseudo-natalizio di Lone Scherfig. Grande donna, Lone, caratterizzata dall’imperitura coerenza nel praticare un mestiere che proprio non sembra calzarle a pennello. I suoi An Education e One Day mi avevano già privato di molta linfa vitale, The Kindness Of Strangers prosegue questo meticoloso lavoro di logorio presentando un film pietista, bonario e orchestrato su un “porgi l’altra guancia” stantio che sa tanto di Bacio Perugina. A comporre un improvvisato ensemble, una Zoe Kazan più insopportabile del solito, un Tahar Rahim meno profetico del solito, un Bill Nighy che forse credeva fosse Love Actually 2. Last but not least, bambini che rischiano di morire assiderati, rimanendo chiusi fuori mentre è in corso una gran nevicata.


9. Pelikanblut (Katrin Gebbe)

Nina Hoss mamma coraggio che resiste a qualsiasi stregoneria messa a punto dalla figlia adottiva, peraltro accolta con tanto amore e dedizione. É in questo modo che si ringrazia una mamma? Dando fuoco a tutto quel che capita e urlando e strepitando a tal punto dal rendere le orecchie di ogni spettatore della Sala Darsena mal funzionanti? A confronto di questa malefica ottenne, il bimbo di The Babadook potrebbe persino risultare simpatico. Dai commoventi melò storici e calligrafici di Christian Petzold a questa robaccia insopportabile è un attimo, cara Nina.


8. Raf (Harry Cepka)

Qui ci spostiamo in terreni forse più scusabili, quelli dei registi giovani, delle opere prime, del Torino Film Festival che prova comunque a dare spazio a film che quasi sempre hanno dalla loro, anche con esiti alterni, quantomeno un’idea e un’inventiva che li fa ricordare. Non è purtroppo il caso di questo Raf, diretto da Henry Cepka e presentato nel debole concorso del 2019. La protagonista Grace Glowicki sembra possedere qualcosa, un certo magnetismo su cui poter lavorare e che le consentirà di far meglio in futuro. Per il resto, questo drammino indie non ha veramente né capo né coda ma cerca costantemente di darsi una connotazione artsy in mancanza di una storia degna di tale nome. Quando incontra la sua complice e compagna di avventure, in Raf si accende una miccia e ai suoi occhi la sua vita sembra prendere una direzione; nel frattempo, è il film a non andare da nessunissima parte. Rischio abbiocco garantito.


7. Wounds (Babak Anwari)

Armie Hammer e Dakota Johnson, entrambi pupilli di Luca Guadagnino, condividono l’avventatezza nel volersi affidare a Babak Anwari (Under The Shadow) per aggiungere un capitolo horror alla loro filmografia (Dakota ci aveva già provato con Suspiria e proprio con Guadagnino, anche lì con risultati discutibili ma indubbiamente di un altro pianeta rispetto a questo). Qui bisogna armarsi di tanta (e santa) pazienza, perché davvero si rischia di rimanere di sasso nel rendersi testimoni di quanto Anwari riesca a procrastinare qualsiasi tipo di avvenimento che abbia a che fare con lo spavento e con l’orrore. Un build-up perenne che affossa qualsiasi aspettativa che esso stesso avrebbe dovuto generare, insieme a qualche spunto messo qua e là e poi lasciato marcire, sotterrato da tanta stupidità e tanta tragicommedia.


6. Magari (Ginevra Elkann)

Presentato in apertura del Locarno Film Festival e poi di riciclo al Torino Film Festival, questa pellicola appare in questa sede in rappresentanza della nutrita schiera di film italiani di quest’anno che tanto avrebbero voluto essere visti per essere odiati e a cui non ho voluto dare tale soddisfazione, preferendo salvaguardare sia le tasche che i nervi. Non è stato il caso di Magari, visto peraltro per sbaglio al TFF37. Nonostante un discreto trattamento ricevuto dai critici italiani, anche dopo alcune letture non riesco a capire come questo film abbia potuto aprire un Festival così rigoroso e dalla forte identità autoriale come quello di Locarno. Sospeso com’è fra i toni della commedia e del dramma filtrati dagli occhi di bambini che vorrebbero ritrovare l’unione famigliare, questo film mi è sembrato essere, in effetti, la patria dello scult. Si ha la sensazione di assistere ad un capriccio dagli echi autobiografici di Ginevra Elkann in cui ogni elemento punta a far venire il latte alle ginocchia. La regista si arma poi di due strumenti gettonati per legittimare la propria opera, Alba Rohrwacher e Riccardo Scamarcio, i quali forse non aspettavano altro che girare l’ennesimo film annuale per battere insieme ogni record di presenza: se la prima timbra più che altro il cartellino, Scamarcio dà il massimo rasentando il livello zero di credibilità nei panni di un padre fuori contesto e alle prese con figli di nome Alma, Seb e Jean, bimbi snob che parlano francese per via del diverso retroterra dato loro dalla madre canadese. Fra risate involontarie, cani di nome Tenco e urine potabili (…), si respira tanta nostalgia costruita.


5. The Fanatic (Fred Durst)

Bisogna essere sinceri e dirlo da subito: questo film è un disastro totale e forse meriterebbe di essere al primo posto della classifica. Dalla sua parte ha, tuttavia, qualche merito: dei bei titoli di testa, una durata molto limitata, scorre che è una meraviglia, a differenza dei titoli che seguiranno non arreca fastidio o orticarie, tutto sommato John Travolta si impegna a tal punto che il suo personaggio un briciolo di suggestione ed empatia riesce a suscitarlo, anche se vederlo ridotto a prendere parte a questa immondizia fa un male cane. Del resto stiamo parlando di un film girato dal cantante dei Limp Bizkit, che pensa bene di girare una scena in cui un tipo ascolta in macchina i Limp Bizkit ed esprime nostalgia verso i tempi in cui in classifica c’erano i Limp Bizkit. Ce lo si immagina Fred Durst, mentre pensa di aver avuto un’idea geniale nell’ideare questo soggetto che vede un fan ossessivo tramutarsi in stalker rapitore una volta che il contatto ravvicinato col suo idolo causi il crollo del suo castello di carte. Nessuno gli avrà fatto notare l’esistenza non dico di King Of Comedy, ma quanto meno di The Fan. Tutto risulta essere tratteggiato grossolanamente e con tendenza al ridicolo, inserti animati e critica alla pervasività dei social e della società dell’apparenza compresi.


4. No.7 Cherry Lane (Yonfan)

Assolutamente indefinibile. Ho pensato a lungo se fosse o meno il caso di inserire il capolavoro di Yonfan in questa lista, dato il carattere del tutto anomalo di questa scheggia impazzita capitata chissà come all’interno della selezione ufficiale di Venezia76. Quando si hanno in memoria onirismi che consistono in gatti che leccano capezzoli, orge di gatti, serpenti che limonano, inserti musicali ad minkiam, personaggi che dicono di leggere la Recherche così, a tempo perduto (mi si perdoni l’infelice freddura…), non si può far altro che sospendere il giudizio e comprendere che forse si è in errore. Forse bisognerebbe guardarsi allo specchio e capire che fino a che non si è guardato questo film di Yonfan non si è capito davvero nulla di cinema (e del resto vi sono diversi critici ed accademici che hanno ritenuto che questo folle viaggio cinese contenesse al suo interno delle coordinate interpretative percorribili). Il film è dunque qui presente con un misero quarto posto che non può rendergli onore e attestarne la capacità di sconvolgimento, ne sono consapevole: è qui più che altro come riconoscimento di un valore, qualsiasi esso sia, e come #1 spirituale.


3. Rewind (Sasha Neulinger)

Per La Scomparsa Di Mia Madre si è parlato, in sostanza, di bassa o inesistente etica documentaristica e di mancanza di rispetto nei confronti dei soggetti rappresentati. Per Honey Boy si è parlato, sommariamente, di un capriccio di Shia Leboeuf e di un cinema di finzione fatto esclusivamente per sé stessi, a fini niente più che terapeutici. Ecco, immaginate di dover fondere questi due bassissimi approcci alla materia cinematografica e otterrete questo documentario autobiografico dell’esordiente Sasha Neulinger. Vittima di abusi in tenera età, il protagonista tenta di salire sulla giostra dei ricordi (ovviamente orribili) per tirare fuori gli scheletri dall’armadio, elaborare i propri traumi interiori e riappropriarsi della propria vita. Per far ciò, 1) rimette letteralmente in scena gli squallidi episodi che lo hanno reso una vittima innocente intervistando tutti i familiari che per cecità o negligenza non sono intervenuti, 2) imposta addirittura una trama giallistica in stile whodunit per celare e poi rivelare l’identità del molestatore, 3) chiude inserendo il link della propria associazione di sostegno alle vittime di abusi. Cinematograficamente aberrante.


2. Der Goldene Handschuh (Fatih Akin)

A un soffio dall’ambito primo posto, l’ex regista prodigio del cinema tedesco. Pupillo di Dieter Kosslick e presenza fissa alla Berlinale, Fatih Akin sembra vivere ancora di rendita dai tempi dell’Orso D’Oro di Gegen die Wand, eppure nel frattempo sono passati ben 15 anni. Dopo altri dimenticabili episodi, la filmografia di Akin si arricchisce di un altro capitolo discutibile: Der Goldene Handschuh è un film che ha per protagonista un noto serial killer tedesco, Fritz Honka, colpevole di 4 efferati omicidi di donne compiuti fra il 1970 e 1975. Dalla prima inquadratura all’ultima, non sembra esserci altro intento da parte di Akin se non quello di disgustare profondamente lo spettatore e fargli raggiungere quel livello di familiarità e dimestichezza con tutto il lerciume, la zozzeria e la putrefazione possibile da far sì che le gesta di Honka vengano non glorificate (si rischia di commettere questo errore interpretativo), ma che al contrario se ne possa ridere, quasi per paradosso, a causa del ritratto di zotico sudicio e barbaro, reietto fra i reietti, che il film dipinge. Umanizzare il mostro smitizzandolo. In tal senso, la scelta del titolo che deriva dal nome del bar, polo di approdo di Honka, dei suoi adescamenti e di tutti gli altri personaggi, ultimi della società come lui, è significativa nei riguardi del discorso che si vuol fare e di come esso si estenda non solo alla figura del protagonista ma anche all’intero tessuto sociale di quella buia decade tedesca. In soldoni, un film sulla banalità del male e su come questo male non sia un cancro estirpabile o esterno al contesto sociale ma sia da esso generato e nascosto nei bassifondi. Si potrebbe quasi concedere ad Akin che la forma prescelta, compiaciuta e sfrontatamente di cattivo gusto su tutti i fronti del comparto estetico e stilistico, possa essere coerente per rendere totale e coerente il suo sguardo. Quello che forse bisogna chiedersi è se questo sguardo, questo tipo di proposta rivolta a questi soggetti e tematiche, possa donare un qualche tipo di arricchimento o fungere solo da valvola anestetizzante.


1. The Painted Bird (Václav Marhoul)

Giunti alla fine di questa lunga marcia, ci si trova di fronte all’inevitabile prescelto. Dopo anni e anni di gestazione, il regista ceco Václav Marhoul porta a termine la sua missione e completa l’adattamento dell’omonimo e già controverso romanzo di Jerzy Kosiński, ambientato durante il secondo conflitto mondiale e che vede per protagonista un bambino affidato dai genitori ad una zia che vive in una zona rurale dell’Est Europa, questo per far sì che possa sfuggire alle persecuzioni naziste. Quello che il povero bimbo non può neanche lontanamente immaginare è cosa effettivamente lo attenderà in quel territorio una volta morta la sua tutrice. Si tratta in effetti di ben 169 minuti di torture fisiche e psicologiche che travalicano di gran lunga il limite del becero sadismo, il tutto condito da un sontuoso bianco e nero che dovrebbe rendere il tutto più alto, più di classe, più autoriale. A voler elencare tutti i livelli di brutalità a cui è sottoposto il piccolo e incolpevole protagonista si supererebbe con ogni probabilità la dozzina di singoli episodi. Per rendere l’idea, basti solo pensare al fatto che durante l’anteprima stampa veneziana fra i presenti sembrava essere in corso una specie di tacita sfida di resistenza e di settaggio di un proprio personale limite di sopportazione: si va via dopo i pestaggi? Dopo le aggressioni? Dopo degli occhi cavati? Dopo degli stupri? Il film, dopo essere stato selezionato per il concorso di Venezia76, rischia di finire in cinquina finale per l’Oscar al Miglior Film in Lingua Straniera per merito di quei sadiconi dell’Academy. Potremmo vederne delle belle.


Pagine: 1 2

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *