Agnès By Piero: conversazione sul cinema di Varda

Non ho mai fatto mistero dello sconfinato apprezzamento che nutro per l’opera e per la persona di Agnès Varda e di quanto sia stato emozionante per me vederla dal vivo, senza peraltro immaginare che quella sarebbe stata la sua ultima apparizione pubblica. Tutto questo è documentato nell’articolo a lei dedicato, denominato Agnès de 5 à 7.

A un anno di distanza dalla scomparsa di questa grande autrice, il critico cinematografico Alessandro Amato (Sentieri Selvaggi, La Città Immaginaria), compagno di mille scambi e conversazioni cinematografiche sempre ricche di spunti e suggestioni, mi ha proposto di dedicarne una proprio alla cineasta belga.

Ringraziando Alessandro prima di tutto per un parallelismo fra me e Varda che gioca nel sovrapporre un dato poco menzionato quando si parla di lei, ovvero quello di essersi data un diverso nome di battesimo, con la mia vorticosa spirale di soprannomi e pseudonimi, riporto qui di seguito l’estratto iniziale della nostra conversazione pubblicata sulle pagine de La Città Immaginaria, magazine online di stampo culturale.

Agnès Varda, nata Arlette Varda. Piero Di Bucchianico, alias Peter Silver. L’ennesimo incontro, seppure solo postumo e virtuale, fra la cineasta belga e il mondo. Sì, perché il suo è sempre stato un cinema dialogico, curioso. Incredibile ma sensato, infatti, che la prima e unica co-regia lei l’abbia firmata con l’artista JR (ancora uno pseudonimo) per Visages, villages (2017). Per realizzare questo film, insieme hanno girato la Francia rurale alla ricerca di volti e spazi da unire indissolubilmente in immagini. Ancora un viaggio. L’ennesima ricerca. Piero è studente di comunicazione, semiologo, blogger cinematografico (PieroLeFou.com), autore radiofonico. Con lui, che ama Varda e che dei suoi film si è già occupato in passato, abbiamo cercato di fare una ricognizione del percorso della regista a un anno dalla scomparsa, avvenuta il 29 marzo 2019.

Cominciamo dalla fine: Varda par Agnès (2019) ripercorre la carriera della cineasta fra analisi filmiche, riflessioni e ricordi. Secondo te perché questa tendenza auto-riflessiva?

Bisogna premettere che c’è sempre stata una componente autobiografica molto forte nella sua attività. Possiamo pensare che sia nata da una posizione ben definita a livello politico-sociale e che quindi lei abbia inteso da subito parlare di sé in riferimento all’attualità. Nell’ultimo film della Varda, tutto questo è messo in scena in modo originale e anche molto efficace, non so se per un senso di mortalità e di necessità di voler lasciare un segno con la propria opera, ma sicuramente con l’urgenza di autodefinirsi per l’ennesima volta e non lasciare a critici e storici libertà assoluta di mappare il suo percorso. L’aveva già fatto una prima volta con Les plages d’Agnès (2008). Credo si sia parlato impropriamente di testamento perché anche negli ultimi anni della sua vita la Varda non si è mai fermata, ha continuato a creare opere che lasciassero aperti degli spiragli sul passato ma anche sul presente. Ecco perché io vedo questi ultimi lavori come aperture di senso e non come chiusure.

A mio avviso, c’è da una parte l’intenzione di fare un compendio però con il desiderio di lasciare dei varchi apertissimi a chi volesse avventurarvisi, e dall’altra di strutturare i propri ricordi in una sorta di caos organizzato. Chi non la conosce, guardando Varda par Agnès, potrebbe pensare che lei metta insieme i pezzi senza un reale progetto. In realtà, il film fa un discorso interessante sulle possibilità di riutilizzo della memoria artistica e di quella privata, per lei inscindibili da sempre. Così come non ha mai fatto distinzioni fra il contenuto di un suo film e la modalità con cui ha deciso di realizzarlo.

L’intero articolo si trova a questo link.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *