L’ottava meraviglia di Tarantino

In un’era come quella del digitale, caratterizzata dalla possibilità di ottenere tutto a portata di un click, la fruizione dell’opera artistica (specie nelle arti visive) diviene un meccanismo passivo nel quale lo spettatore si riduce a un vedere più che a un guardare: le immagini ci scorrono di fronte agli occhi ma noi siamo assopiti, divorati da un consumo bulimico e fuori controllo. La missione, non impossibile ma nemmeno alla portata di tutti, è quella di far tornare a gioire l’occhio (ri)attivando cuore e cervello, di innescare quella scintilla che ci consente di immergerci in un mondo che non è il nostro seppur per un tempo limitato. Chi può farsi carico di tale onere? Restringendo il campo all’arte cinematografica e ancor più nello specifico ad un cinema come quello hollywoodiano che ambisce ad un pubblico vasto e differenziato, la risposta starebbe in quegli autori capaci di creare l’atmosfera del film evento, dono che in pochi possiedono e che ci riporta ai fasti in cui andare al cinema equivaleva all’andare a teatro.

Quentin Tarantino è indubbiamente uno di quei pochi e la lunga premessa appena fatta sembra calzare a pennello per il suo nuovo lungometraggio, The Hateful Eight, opera che a prescindere dai suoi meriti o demeriti artistici ha fatto parlare di sé per la decisione del regista di girare non solo con l’adorata pellicola ormai in via di estinzione (cosa che Tarantino ha sempre fatto), ma ancor più nel particolare con un formato da 70 mm costosissimo e in disuso. Simbolo di una scelta di campo che ha diviso i critici fra coloro che vi vedono un evitabile capriccio nostalgico e coloro che invece trovano che sia l’ennesimo atto di amore verso il cinema, il supporto cinematografico per eccellenza è riuscito a creare quel sentore di evento di cui si diceva attraverso una distribuzione limitata che ha generato ancora più aspettative sul film anche per merito di una notevole campagna promozionale (anche l’Italia ha aderito alla proiezione in pellicola con tre sale, rispettivamente a Roma, Bologna e Milano provincia).

Concentrandosi però più sul film più che sull’aura che lo circonda, c’è da chiedersi dove vada a collocarsi The Hateful Eight nella carriera di un autore pressoché infallibile come Tarantino, alfiere di un cinema revisionista dei modelli classici e moderni, un postmodernista da anni amato (ma anche criticato) per il suo citazionismo sfrenato che denota comunque il rispetto ma soprattutto la passione verso una settima arte di che viene di continuo omaggiata con la riproposizione di inquadrature, ambientazioni e musiche (altrui) che finiscono per costituire uno stile che rimastica genuinamente quanto già fatto riuscendo incredibilmente ad essere personale, inconfondibile, tarantiniano. In un contesto cinematografico come quello descritto in precedenza ciò potrebbe però non essere più sufficiente sia per via dell’ambizione del regista di Knoxville, sia per via della latitanza dei grandi narratori del cinema americano: ecco che allora la rivisitazione della storia del cinema, la quale per Tarantino non era mai stata un divertissment ma una chiara dichiarazione di intenti, dopo vent’anni di carriera deve lasciare parte del suo spazio alla rivisitazione della storia vera e propria. Da chimico del cinema che miscela i generi per formare un composto vincente, Tarantino deve farsi anche archeologo delle dinamiche storiche che hanno fondato la società odierna, deve (ma soprattutto vuole) essere al contempo questo e quello.

Dopo Bastardi Senza Gloria (2009), ambientato durante la seconda guerra mondiale e Django Unchained (2012), film sull’epoca del razzismo mascherato neanche troppo velatamente dall’abito del genere western, The Hateful Eight rimane sul territorio americano, il quale è reduce dalla guerra di secessione e in cui, di nuovo, il razzismo risulta ben radicato negli otto protagonisti che per sfuggire ad una bufera di neve trovano riparo in una locanda, l’”Emporio di Minnie”. Essa si rivelerà essere il luogo di sfogo di conflitti pregressi in cui ognuno recita la propria parte e dove la menzogna sembra essere il fattore che accomuna tutti (o quasi) i personaggi. Il boia John Root (bentornato Kurt Russell) che porta con sé la prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), il presunto neo sceriffo di Red Rock Chris Mannix (un sorprendente Walton Goggins), senza dimenticare il mattatore Samuel L. Jackson nei panni del Maggiore Marquis Warren, sembrano tutti rispecchiare il modello che caratterizza la stragrande maggioranza dei personaggi tarantiniani: bastardi vendicativi, egoisti amorali.

Su loro quattro si concentra la prima parte di film svolta quasi integralmente in una diligenza, un lungo prologo nel quale il regista persevera insistentemente nel lasciare da parte l’azione dando spazio ai suoi celebri dialoghi. Pur risultando meno frizzanti del solito in alcuni tratti (ma forse da questo punto di vista siamo stati fin troppo bene abituati) essi mostrano una volta di più l’importanza della parola sia nel cinema di Tarantino che nella storia degli Stati Uniti: diversamente da Steven Spielberg, che nel suo ultimo lavoro ci mostrava la faccia di un’America, che la usa come una potente arma persuasiva necessaria al dialogo e alla pacificazione, per Tarantino essa è fonte di odio e inganno; la repulsione verso un diverso che è ritenuto responsabile di ogni sventura  trasforma la comunicazione in un’aspra rivendicazione; nessuno si salva (uomini, donne, bianchi, neri, messicani, tutti discriminano venendo allo stesso tempo discriminati), la parola diventa uno strumento di offesa e falsifica tutto ciò che riesce a scampare alla bufera e ad entrare nell’emporio. La minaccia da cui devono guardarsi tutti non è dunque l’ambiente esterno, il quale viene relegato a poche raggelanti inquadrature di un Wyoming innevato, ma risiede nelle persone: odia il prossimo tuo come te stesso, sembra essere la massima dei personaggi di Tarantino. Se nessuno è chi dice di essere e nessuno è meritevole di fiducia, allora ci sono tutte le carte in tavola per fare dell’emporio un teatro delle apparenze da cinema giallo (infarcito però dal rosso dei sardonici effetti splatter) nel quale il 70 mm diventa una provocazione: un formato grande che serve a dilatare le quattro mura dell’emporio invece che esaltare gli spazi aperti di un West che fa solamente da sfondo.

Se l’abilità nella manipolazione dei tempi narrativi non sorprende più, quella nell’allestire la scena denota un gusto ed una maturità che ormai fa entrare il regista di Pulp Fiction fra i grandi maestri senza farlo scivolare nel manierismo: lo stile rimane marcato, le citazioni sono ancora innumerevoli anche se forse per la prima volta autoreferenziali (a far storcere il naso sono l’inevitabile richiamo a Le Iene e il sottoutilizzo dei vecchi pupilli Michael Madsen e Tim Roth, il quale scimmiotta tristemente Christoph Waltz).

Per l’ottavo film (dagli otto personaggi) di Quentin Tarantino il voto può essere uno solo, nell’attesa che trascorrano gli anni e che ci si possa rendere conto dell’effettiva portata di un’opera che paga il doversi confrontare con precedenti troppo illustri apparendo comunque destinata a lasciare il segno.

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